Attacco politico alle donne. Quando Ritanna Armeni si faceva mangiare da Giuliano Ferrara.

260px-Otto_e_mezzoChe fine ha fatto Ritanna Armeni, la signora comunista, ma a modo, per carità. Chi lo sa? Beh, consultate Wikipedia, che vi spiega tutto. Comunque non ha nemmeno importanza. Tuttavia il suo atteggiamento, il suo caso personale, quando frequentava i salotti Ferrariani, è il topos, la cartina al tornasole della storia della cosiddetta sinistra radicale degli anni 2000. E’ anche la storia di chi doveva essere messo in prima linea a rappresentare un partito, o una federazione di partiti. Alla faccia della storia e della politica.

Sono sinceramente dispiaciuto della condizione di subordinazione e velato dileggio in cui versa l’opera giornalistica “in video” della Ritanna Armeni. So cosa possa significare il “dover dare l’esempio”, a milioni di donne, di come si possa tenere testa alla decisa protervia di un giornalista come “l’elefantino” Ferrara.

Un compito indubbiamente impegnativo che la Armeni, sfortunatamente, non riesce ad assolvere. Si sa che Ferrara è “il padrone” della trasmissione “8 e mezzo” in onda su “La7” tra le 20.30 e le 21.30 e la povera giornalista deve incassare tutte le bordate di un personaggio “debordante” che conosce tutte le regole della comunicazione, compresa quella dell’interrompere continuamente chi dice qualcosa di argomentato e significativo. E non alludo alla Armeni.

Se le “quote rosa” avessero un senso, al fianco del “pasdaran” dell’ anticomunismo ed antiprogressismo, non ci sarebbe quella donna, peraltro criticata da Elettra Deiana, ieri su “Liberazione”, a proposito di un articolo della Ritanna del giorno prima sullo stesso giornale. Un articolo giudicato “cerchiobottista” ed omissorio di tutta una serie di fatti ed attacchi che il “fronte pro-life” italiano, capeggiato dalle sottane nere e “dall’ateo devoto”, ha portato e sta portando avanti. Fronte che non batte solo la strada antiabortista, ma anche quella dell’attacco diretto alle donne, cercando di coartarne i comportamenti sociali.

Senza ombra di dubbio le omissioni e le auto-censure abbondano nella nostra classe intellettuale, altresì visibile solo sugli schermi “nazional-popolari”. Nonostante Elettra Deiana, vorrei osservare alcune cose, che introducano delle distinzioni sul piano sociale e non si appellino soltanto al tanto generico diritto di auto-determinazione di “tutte” le donne, come se la ricca borghese della Milano bene avesse le stesse esigenze dell’ultima immigrata dal Bangladesh.

La prima: la Deiana non ha letto la ricerca della Lipperini che della questione femminile, in piena ed ampliata continuità con la Giannini Belotti, traccia un quadro esauriente ed inquietante degli insuccessi e dei “ritorni al passato” che l’attuale società sta facendo su questa questione. Dove la “modernità consumista” sta contribuendo alla “targhetizzazione”, alla “sessizzazione” mercantile e al sessimo, attraverso l’individuazione nei figli piccoli e piccolissimi, di una fetta di mercato interessante, soprattutto perchè attraverso di loro si raggiungono ( e ricattano) i genitori. Quindi tradizione e consumismo non sono antitetici; convergono sul piano del profitto.

La seconda: i segnali del ritorno alle delizie della vita da “casalinga”, il rimestare nella bellezza del focolare ha una natura eminentemente classista, perchè questo discorso (mistificato) viene portato avanti proprio dalle donne della borghesia che si possono permettere di stare coi loro figli mentre le faccende domestiche sono svolte da una o più “filippine”. Donne del “primo mondo” che sottomettono donne del “terzo”: il solito vecchio rapporto di classe.

La terza: la maggioranza delle donne sono estranee al bisogno di focolare, proprio perchè sono ancora in attesa di uscire dalla loro condizione di subalternità rispetto ai maschi, vessati ma in diversa maniera. Il dibattito dovrebbe – quindi – vertere sul raggiungimento effettivo dell’emancipazione femminile che riguarda le moltitudini del gentil-sesso, piuttosto che sulla ricerca della felicità esistenziale di una ristretta minoranza di donne benestanti.

Mi auguro che la Armeni intanto si legga bene la ricerca della Lipperini, così troverà finalmente un randello teorico con il quale rintuzzare adeguatamente il suo ingombrante compare di trasmissione della sera e alzerà, finalmente, il livello della discussione su maternità, aborto, condizione femminile. Che, non dimentichiamolo, sarebbero argomenti che proprio le donne dovrebbero saper affrontare adeguatamente, esattamente come ha fatto la Lipperini.

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