IRAP, l’inganno renziano.

Renzi_in_BruxellesRenzi vuole dare una boccata d’ossigeno alle imprese, offrendo 3 anni senza contributi per i nuovi assunti e il taglio dell’IRAP. Renzi, furbescamente, omette di distinguere tra grandi imprese monopolistiche, le medie imprese di trasformazione industriale (soprattutto meccanica) che sono ancora la spina dorsale del paese, i moloch della distribuzione e dei servizi, e le micro-aziende magari senza dipendenti. Queste ultime, peraltro, si dividono quella parte di mercato iperframmentato e di risulta che i grandi monopolisti non hanno interesse a trattare.

Ho una ditta individuale, sono soggetto agli studi di settore, allo spesometro, al redditometro e ad altre amenità del genere. Non posso più permettermi dei dipendenti – che spesso nemmeno vogliono essere assunti perché preferiscono lavorare in nero – poiché conformemente agli studi di settore un dipendente ed i suoi costi non si sottrarrebbero dal reddito dell’azienda, ma vi si sommerebbero. In tali condizioni è evidente che assumere, per il negozio o la piccola attività, è assolutamente sconveniente e continuerà ad esserlo. Non posso neanche permettermi di chiamare delle ditte per le piccole manutenzioni, vista l’esosità dei tariffari, preferendo farmele da solo. È chiaro allora, anche all’occhio meno attento, che così non si creerà mai alcun circolo virtuoso per far girare l’economia.

Ancora: i provvedimenti renziani possono avere un effetto sui grandi numeri delle grandi aziende, ma non su tutti gli altri. Sono provvedimenti, quindi, dedicati alla parte minoritaria del tessuto imprenditoriale italiano, quella del vertice che detta le regole mentre gli altri rimangono sostanzialmente fuori da ogni beneficio concreto.

La manovra economica di Renzi, dunque, è assoluto fumo negli occhi, peraltro senza reali copertura, propaganda elettorale che nulla potrà risolvere, visto che i problemi dell’Italia hanno a che fare con questioni strutturali (ovvero il sistema-paese inserito nel capitalismo internazionale) e l’incapacità della nostra classe dirigente (che non si è mai attrezzata per la globalizzazione) di dotarsi di quegli strumenti atti a competere sulla scena mondiale.

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