Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ’80. Un libro di Guido Crainz.

crainzUn libro – o meglio – un manuale sulla storia dell’Italia uscita dalla guerra e dei suoi anni – potenzialmente – migliori. Gli anni che potevano rappresentare una svolta decisiva per l’Italia, instradandola su percorsi di modernità e civismo profondi, condivisi e duraturi. Invece; il titolo è chiaro: il paese mancato. Con una bella foto di Pasolini al lavoro. Pasolini che, della questione inerente il ruolo e – soprattutto – le responsabilità della borghesia italiana, se ne intendeva.

Senza dirvi troppe cose di questo libro (ma abbastanza da farvelo inquadrare) che va letto nelle sue oltre 600 pagine, la prima cosa – tuttavia – che mi ha colpito è stata il verificare la costanza dei problemi politici, dei fenomeni sociali e delle soluzioni ad entrambi, che la classe dominante (o meglio la sua parte più retriva perché in possesso di quei mezzi di produzione, acquisiti privatisticamente anche con l’aiuto dello Stato, che la rendono dominante nel processo di produzione) dà nelle varie situazioni storiche.

Leggendo il dettagliato libro di Crainz, si ha la sensazione – netta – del continuo dejavù. Dal populismo all’attacco alla politica, escogitato da quei settori del grande capitale monopolistico che non avevano alcuna intenzione di pensare alla “cosa pubblica”, siano ad un eterno ritorno di fatti e presunte soluzioni “per il bene del paese”. Il problema è che i subalterni nemmeno si accorgono della truffa in corso. Il problema, pertanto, non è solamente pertinente alla classe dominante, ma anche di quella dominata, che si pascie nelle piccole, inutili certezze del sistema capitalistico, nell’attesa che qualche briciola cada dal tavolo dove si svolge il grande banchetto.

Dal libro di Crainz, a pagina 23:

Nel febbraio del 1964 Italo Pietra polemizzava con l’insistente ritornello della destra e degli operatori economici usi ad avere in gran dispetto i partiti e a guardare la politica dall’alto in basso.[…] Poi quelli della politica hanno voluto il centro-sinistra e il centro-sinistra ha portato questa preoccupante bonaccia e la fine del miracolo. Poco dopo Giorgio Bocca completava il quadro.

Per tutto l’inverno nero e demente l’odio al politico viene predicato nelle case dell’alta  e media borghesia milanese. Ogni parola di Lombardi è una coltellata, ogni dichiarazione di Moro un tradimento, ogni intervento di La Malfa un tranello insidioso. Quando il ministro Giolitti visita la Camera di Commercio si assiste allo spettacolo indecoroso di gruppi presuntuosi e villani che trattano il ministro cinquantenne come se fosse un ragazzino venuto a lezione. E’ un odio al politico, aggiungeva Bocca che ne dà due ragioni. La prima è essa stessa politica:

per la prima volta il ceto proprietario ha l’impressione che il potere decisorio sfugga al suo controllo. […] La seconda ragione è molto più semplice: per alcuni l’odio al politico è un’ottima ragione con cui si giustificano tutti gli errori aziendali e finanziari. Chi ha acquistato le azioni a prezzi folli, chi ha stipato i magazzini di merci, chi ha studiato fino all’ultimo la corsa speculativa non dà la colpa a se stesso ma a quei delinquenti di Roma.

Quindi, come ai nostri tempi, l’antipolitica appare chiaramente per quello che è: ricatto e strumento di pressione. Tuttavia, il sistema, aiuta in questo gioco. Il Piano Gui per l’Università di scontra e affonda per mezzo del conservatorismo politico e dei privilegi di casta (pagina 222). Casta. Ricorrenza di un termine pronto all’uso. Sulla scuola e sull’Università, in particolare, si giocherà

[…] il peso di resistenze conservatrici, ma anche i tratti più generali di una classe politica [che] mette in evidenza la sua totale incapacità di offrire risposte riformatrici alle questioni poste da una società in trasformazione e da movimenti sociali di grande ampiezza. Larga parte della “tragedia italiana” dei decenni successivi si consumerà su questo terreno (pagina 288).

Già nei primi anni ’60 si parlava di integrazione della classe operaia – mentre il boom si fondava su bassi salari e sfruttamento della forza lavoro meridionale – e si deprecava il conformismo consumistico dei giovani. Nel ’62 Franco Rodano denuncia con angoscia la minaccia gravissima per non dire definitiva rappresentata dalla società opulenta, poiché la classe operaia rischia così di perdere compattezza, vigore e quindi capacità di egemonia proprio perché smarrisce il sentimento della sua condizione di sfruttamento. Questa cognizione contradditoria si chiarisce probabilmente meglio se inquadriamo questo fatto nella ragione fondamentale che ha reso possibile il miracolo economico: lo sfruttamento intensivo della manodopera (bassi salari, aumento dei ritmi, ulteriore parcellizzazione delle operazioni).

L’estate del 1964 segna la fine della fase riformatrice del centro-sinistra e gli anni successivi sono passati agli atti, come un “un periodo di sterile immobilismo e di tempo irresponsabilmente sciupato”. Sciupato non solo e non tanto per la mancata approvazione delle riforme, quanto a causa di una rinuncia alla nazionalizzazione democratica: all’adozione cioè di comuni valori di cittadinanza a cominciare dalla preminenza degli interessi generali sulle rivendicazioni particolari.

 

 

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