Ragionare di destra, sinistra, M5S, Tsipras. PD e PDL.

italia, politicaRispondendo all’amico Rogantin, che cura molto bene il blog Creninsider, incentrato su Trieste, intorno alla crisi del M5S (una crisi conclamata, ancorché insanabile), mi sono ritrovato a scrivere un commento che, a rileggerlo, mi trova sempre più d’accordo con me stesso, scusate il gioco di parole. Prima di leggerlo, sappiate che, se ho tralasciato qualche formazione politica dalla mia lista di scetticismo, non è stato fatto apposta e ancor meno significa che, sugli assenti, io riponga chissà quali speranze. Dopotutto, se seguite il blog, questo già lo sapete. Ma voglio ribadirlo: non credo in nessuna delle formazioni politiche oggi esistenti nel panorama italiano, per il semplice fatto che penso sia la nostra cultura ad essere in crisi profonda e non solo una sua manifestazione. Per quanto importante essa sia. Comunque, ecco il mio commento:

Io non credo nel M5S come non credo a Tsipras. Credo ancor meno agli altri, ma sono convinto che la politica, per come l’abbiamo conosciuta, oggi sia finita. Per ricostituire un qualcosa di simile alla “politica” cui noi pensiamo, dovremo aspettare molto a lungo e occorreranno lacrime e sangue, molti errori e sofferenze. Ma la cosa che mi stupisce di più, nei dibattiti come nei ragionamenti politici, è il non accorgersi del fatto che la rappresentanza, come sistema di collegamento e contrattazione (possibile) tra base e vertici nella società capitalistica avanzata, è in crisi in tutto il mondo occidentale, dove ormai non è credibile. Questo per tutta una serie di fattori, tra cui, non ultimi, la corruzione ed il ristagno economico. Il problema non è più se il M5S, il partitino o partitone di destra o sinistra (che anch’io continuo a credere siano due cose diverse, in quanto categorie assolute dell’agire umano), ma di quale forma dialettica di partecipazione diretta alle scelte della società in cui viviamo ci dobbiamo interessare o per cui dobbiamo lottare. Il non parlare di tutto ciò che succede nel mondo in questo senso (dall’America Latina all’Asia) mi sembra come una scelta di retroguardia e, di certo, non aiuta a cambiare. Guardare gli “altri” significa anche e soprattutto avere una base d’appoggio e dei punti di riferimento culturali che possono aiutare ad uscire dall’isolamento politico e culturale nel quale l’occidente è stato gettato in questi decenni di controrivoluzione liberista.
Una cosa ancora, sull’uguaglianza tra destra e sinistra. Destra e sinistra sono la stessa, pessima cosa, se sono rappresentate da PD e PDL, Lega ed affini. Ed è qui che vince, e non mi ci oppongo, la melassa indistinta della cultura (neo) liberista in cui siamo immersi già da troppo tempo. E, per questo motivo, ho parlato di categorie assolute, ancorché filosofiche, dell’agire umano, alle quali dovremmo ricominciare a riferirci. Prima o poi.

 

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