Voci e volti del welfare invisibile. Inchiesta sul lavoro sociale. Un libro a cura di Mariano Bottaccio e Antonio Ferraro.

lavoro sociale, welfare socialeRecensione a cura di Giovanna Palermo, operatrice socio-sanitaria. Con la collaborazione di Sergio Mauri.

Si tratta di un testo che ci azzardiamo a definire unico nel panorama italiano, incentrato sul lavoro e i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative sociali. Si parla, quindi, di assistenza rivolta a soggetti disabili, in difficoltà sociale e anziani. Un settore estremamente delicato e, al tempo stesso, variegato, dove si ritrovano soggetti (gli utenti) di tutte le origini sociali. Di conseguenza parliamo di persone con le più diverse esigenze ed aspettative rispetto al servizio di assistenza, di cui molte volte non hanno nessuna conoscenza. Approfitteremo della recensione a questo libro per introdurre delle notizie e delle informazioni non sempre presenti nelle discussioni sul tema assistenza, ma che, a nostro avviso, possono rappresentare un vero e proprio valore aggiunto, tale da diventare la vera chiave di volta di ogni discorso che non si vuole finisca in sterile filosofia. Il libro indaga un pò tutti gli aspetti delle attività svolte dagli operatori, pubblici e privati di ogni ordine e grado, nell’espletare le loro funzioni in rapporto all’utenza. L’inchiesta, tuttavia, e vogliamo sottolinearlo subito, accusa un suo primo limite proprio nella impostazione di partenza. In quel taglio generico di cui è testimone il campione analizzato – troppo eterogeneo – al quale solo in parte si riesce ad ovviare, scegliendo di segmentare il campione preso in esame. Si suddivide, introducendo alcuni elementi di distinzione, il campione secondo vari profili: quello demografico, per inquadramento contrattuale, per tipologia di rapporto di lavoro (pubblico/privato), per trattamento salariale. Tuttavia, il buon proposito rappresentato dalla segmentazione e, quindi, dalla distinzione delle componenti la totalità del campione, si infrange in buona parte proprio sull’obiettivo che si intende raggiungere ed in particolare sull’univocità di ciò che viene considerato: la risposta soggettiva autorappresentata. Cioè, parliamo di un’inchiesta che si pone come obiettivo di conoscere cosa pensano, di sé stessi, i lavoratori del settore. Che è una buonissima cosa, ma non sufficiente, poiché mancante del criterio di obiettività. Ad esempio: il lettore non viene edotto delle differenze (profonde) tra settore pubblico e cooperativo. Differenze profonde non solo sotto il profilo dei diritti e delle garanzie, ma spesso anche per i trattamenti salariali, i carichi di lavoro e le prospettive di carriera. Tuttavia, e nonostante ciò, le motivazioni di chi lavora nelle cooperative sono, paradossalmente, maggiori di quelle degli altri.

Come accennato, due operatori che hanno il medesimo inquadramento hanno però obblighi e tutele abbastanza impari, per il solo fatto di lavorare nel pubblico o per una cooperativa sociale. L’utente, spesso, non riesce ad inquadrare questa realtà. Problema al quale si unisce, l’impossibilità di discernere la ragione per cui i costi all’utenza (i costi finali) risultano essere piuttosto alti. Da qui discende anche un altro problema: se non si parla dei costi, non si può parlare nemmeno dei profitti che le aziende pubbliche o cooperative fanno sull’assistenza. E allora tentiamo di farlo noi. In media il costo all’utente, costo partecipato o meno dal pubblico, oscilla tra i 20 e i 30 € l’ora. L’operatore percepisce uno stipendio netto tra i 6 e i 7 € l’ora, a seconda dell’inquadramento, mentre lo stipendio lordo è mediamente tra gli 8 e i 10 € orari. Il resto, dunque? Il resto si spalma tra gli uffici da mantenere, costi più o meno vivi (carburante per i veicoli aziendali, mutui vari, ecc.), dirigenza. Come sapete, la cooperativa sociale deve alla fine dell’anno reinvestire tutto il guadagno, quindi il bilancio alla fine deve sempre essere in pari.

Nel libro in questione si accenna, anche, alla questione della qualità del servizio, purtuttavia sempre dalla parte dell’operatore o  meglio, secondo l’occhio e il cervello dell’operatore. Noi, invece, propenderemmo per una valutazione più oggettiva della questione assistenza ed in particolare definiremmo la qualità del servizio come la capacità di rendere autonomo l’utente e affrontare le criticità. Siamo, perciò, per un approccio il meno possibile medicalizzato tale da indurre un atteggiamento ed una risposta rinunciatarie e statiche nell’utenza. Nella parte finale del libro ci hanno colpito, in particolare, 3 brevi paragrafi di addetti ai lavori che tracciano meravigliosamente le questioni sul tappeto, per quanto riguarda la cooperazione sociale e l’assistenza ai soggetti deboli e svantaggiati, dipendenti inclusi. Vale la pena citarli uno alla volta e sottoporli alla vostra attenzione. A pagina 75, leggiamo alcuni punti caratterizzanti di Un approccio sociale fondato sui diritti per abbattere le barriere discriminatorie, di Vittorio Pietro Barbieri, incentrato sulle esclusioni, le discriminazioni e le segregazioni sociali.

In Nord America, per le esigenze di carattere assicurativo, si mettono in campo ricerche su strumenti di misurazione indirizzati al miglioramento dei luoghi della segregazione e della loro ottimizzazione nel minutaggio assistenziale, che rappresenta il costo prevalente delle strutture di eterna degenza. Anche l’utilità degli ausili tecnici e tecnologici si misura con indici che descrivono qual è la loro incidenza positiva sulla riduzione del minutaggio assistenziale. Secondo questo approccio, una buona carrozzina e  un pò di domotica rendono necessario un minor numero di prestazioni socio assistenziali. Insomma, è sufficiente fare un investimento in tecnologie per trovare la quadra del costo assistenziale. Con buona pace di ogni riflessione sulla prevenzione del danno (da ulcere da decubito, da osteoporosi, ecc.) e sulla inclusione sociale nella vita attiva a scuola, al lavoro, nel tempo libero, ecc. che un ausilio produce. Il combinato disposto di questo approccio con il social housing, che a sua volta è imperniato sulla riduzione delle necessità di cura individuale è esplosivo: l’ipotesi è fondata su un sensibile restringimento della vita di relazione che si esprimerebbe quasi interamente tra persone che vivono la stessa esperienza (disabilità, terza età, disagio di salute mentale, ecc.) pur ognuno con la sua abitazione, magari domotizzata e di certo con ogni dispositivo tecnico e tecnologico necessario.

A pagina 79, molto istruttivo e toccante, Ascoltare chi grida giustizia sociale, di Tonio Dell’Olio.

La condizione degli operatori sociali non è che l’ennesimo e preoccupante grido di allarme dell’inversione di tendenza che si sta verificando nel nostro paese. I deboli, quelli resi tali da un’economia di rapina che non riesce o non vuole porre tutti e tutte nelle condizioni di avere un lavoro onesto, di riscuotere un salario a fine mese, di portare il pane ai propri figli …non solo non vengono accompagnati e aiutati, da qualche tempo vengono persino criminalizzati. Piuttosto che interrogarci sui drammi che si nascondono dietro la vita di un clochard o di un lavavetri o di un questuante risulta più sbrigativo, semplice e popolare metterlo fuorilegge. La stessa qualifica con cui normalmente bolliamo gli immigrati è tanto significativa al riguardo. Essi sono extracomunitari, ovvero posti al di fuori della comunità civile. […]. In questa direzione anche coloro che quotidianamente si occupano di accompagnare  la fatica di vivere della povera gente sono altrettanto discriminati. Se non posti fuori legge, almeno stigmatizzati e penalizzati sul piano del riconoscimento del loro lavoro sociale in tutti i sensi. Non sono persone cui va riconosciuto lo sforzo di promuovere il diritto per tutti  e tutte di divenire parte effettiva di una comunità, ma nella migliore delle ipotesi sono meritevoli di dare un’altra mano a emarginare ulteriormente. […]Infine, a pagina 83 La dignità del lavoro sociale, di Sergio Giovagnoli.

[…] I valori del liberismo, fondati sull’individualismo sfrenato, sul successo facile e sul mito del dio denaro hanno devastato le coscienze di milioni di persone, soprattutto di molti giovani che hanno perso il rapporto con la realtà  e la speranza per un futuro di stabilità e sicurezza sociale. […] …oggi assistiamo a una drammatica svalorizzazione del lavoro sociale perché, la loro (dei lavoratori del terzo settore, ndr.) promozione, non sono al centro delle politiche del governo in carica.[…] Si propone un’idea della società fondata sulla competizione e sulla esaltazione della responsabilità delle persone, come se la povertà, l’esclusione sociale […] fossero delle colpe dei singoli individui e non avessero alcun legame con le condizioni materiali di vita.

Tuttavia, per quanto riguarda il citato ruolo dell’Italia, la sua predilezione, la sua focalizzazione verso certi indirizzi di politica economica piuttosto che verso altri, hanno a che fare con la posizione ricoperta nella divisione internazionale del lavoro oggi. Una posizione che vede perdute, una volta per tutte e fino al giorno della ripresa di lotte sociali forti ed in direzione della costruzione di una società di liberi ed uguali, tutte quelle capacità industriali e commerciali (rispettose dell’ambiente) che potevano renderla un paese al passo coi tempi, fornendo adeguate risorse ai suoi cittadini svantaggiati. Poiché la decrescita cui stiamo assistendo, ed il terzo settore ne è testimone, non potrà mai essere felice!

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