La metafisica del mercato in Salvini & C.

mercato del lavoro, disoccupati, occupatiHo già scritto sull’immigrazione e di come essa sortisca l’effetto, in un paese in declino come l’Italia, di ammortizzatore sociale, attraverso un sostegno al PIL e alla riproduzione del debito pubblico, essenziale per ogni Stato moderno.

In ogni questione concernente l’immigrazione Salvini e compagnia cantante estraggono dal loro cappello retorico le sacre leggi della domanda e dell’offerta per l’occasione ribattezzate “precedenza agli italiani”, peraltro cavallo di battaglia di ogni destra.

Se si parla di disoccupazione, la sua risposta è semplice: se aumenti l’offerta di lavoro rispetto alla domanda, il livello di disoccupazione salirà. Salari bassi? Ovvio: se aumenti l’offerta di lavoro rispetto alla domanda i salari caleranno.

Questione abitativa? Semplice: se aumenti la richiesta di case, i prezzi saliranno.

Servizio Sanitario Nazionale? Facile: se aumenti la richiesta di trattamenti attraverso il SSN, gli stranieri verranno a farsi curare a nostre spese. E così via.

Questi argomenti sono di una seduttività semplice, ed attingono ad un certo senso comune circa il funzionamento del mercato, tanto quanto ad una presunzione nazionalistica che individua, appunto, nella nazione, l’appropriata unità di analisi.

Ma questi argomenti sono generici e fuorvianti ed è un problema che non siano stati seriamente sfidati. Forse, ciò succede perché la questione è molto complessa. Tuttavia possono venire distillati in pochi e semplici punti, di eguale senso comune.

L’esempio riguardante l’occupazione ed i salari deve evidenziare il fatto che la legge della domanda e dell’offerta non esistono solo all’interno del mercato nazionale. I mercati vengono costituiti politicamente, ma la loro costituzione non deve essere fatta ad un livello eslcusivamente nazionale. La tendenza globale verso la regionalizzazione e la parallela creazione di “aree di libero scambio” dimostra proprio questo.

L’area di libero scambio dell’Unione Europea è un mercato costruito politicamente in cui vi è un relativo libero spostamento di lavoratori, capitali e merci. Salvini, Grillo e compagnia, hanno più di una volta apertamente dichiarato di non voler rimanere all’interno di quest’area di libero scambio, finché i suoi trattati “manterranno il principio del libero movimento dei lavoratori”. Perciò, costoro non si oppongono all’area di libero scambio, né al libero movimento di capitali e merci, ma al libero spostamento delle persone.

Quando si parla delle dinamiche della domanda e dell’offerta, dobbiamo applicarla all’intera area di libero scambio. Allora, il discorso è semplice. Se si impongono restrizioni al libero movimento di lavoratori, specialmente quando il capitale ha ancora libertà di movimento si creano più disoccupazione e bassi salari. Perché? Perché, se i lavoratori non si possono muovere dove c’è il lavoro, sono bloccati a farsi concorrenza dove il lavoro non c’è. Ciò sostiene artificialmente alti tassi di disoccupazione e porta giù i salari.

Qualcuno potrebbe avere la balzana idea di introdurre delle leggi (come magari farebbe la Lega) per prevenire i lavoratori, dall’emigrare da Torino a Milano. Bene, con una visione Milano-centrica, possiamo pensare che un tasso minore di migrazione al nord potrebbe creare un mercato del lavoro più ristretto e salari migliori.

Ma, visto che la legge della domanda e dell’offerta non funziona solo a Milano, gli effetti aggregati di questa politica sull’intera economia porterebbero a diminuire l’occupazione. Questo in virtù del fatto che il mondo degli affari si sposterebbe da Milano a Torino per beneficiare dei bassi salari in un’area che ha forza-lavoro e infrastrutture comparabili, per cui l’effetto di ciò si noterebbe con una discesa dei salari.

Il fatto che l’area di libero scambio europea sia composta da mercati nazionali, aggiunge ulteriori dimensioni alla questione. All’interno di ogni mercato nazionale vi è un costo medio del lavoro, determinato in parte da vari dati di input come il costo del cibo, della casa , dei trasporti, il costo di tirare avanti la famiglia e così via. Se il costo del lavoro è più basso in un mercato nazionale rispetto ad un altro, come di solito succede, allora considerate l’effetto di avere un libero movimento di capitali senza un movimento libero di lavoratori.

Alcune attività sarebbero autorizzate a muovere le proprie produzioni verso aree con bassi costi del lavoro, fatta salva la presenza di un forza-lavoro con esperienza ed istruzione adeguate ed infrastrutture decenti, aggiungendo così una pressione alla contrazione dei salari.

Da una parte, se i lavoratori non si possono muovere all’estero a trovarsi dei lavori meglio pagati, allora non vi sarà nulla a contrastare questa tendenza alla contrazione salariale. Dall’altra, se i lavoratori possono spostarsi all’estero, non solo ciò ridurrà l’esercito industriale di riserva in un’economia in depressione salariale, ma il costo relativamente più basso di questi all’estero permetterà, con ogni probabilità, agli imprenditori dell’economia a più alta remunerazione salariale di creare nuovi posti di lavoro che altrimenti non sarebbero stati creati.

In altre parole, il tasso totale di occupazione sarà aumentato, mentre la pressione ribassista sui salari creata attraverso la relativa libertà di movimento, per i datori di lavoro, sarà contrastata.

Riassumendo: i controlli sull’immigrazione in un mercato dove i datori di lavoro hanno libertà di azione, farebbero diminuire sia l’occupazione che i salari. Questi controlli abiliterebbero i datori di lavoro a sfruttare i lavoratori ai loro prezzi più bassi mentre, al tempo stesso, ridurrebbero salari e condizioni di lavoro per tutti i lavoratori in quel mercato.

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