Uso politico dell’islamofobia.

islamofobiaQuando parliamo di strumentalizzazione dei fatti che coinvolgono i musulmani (dall’11/9 al massacro di Charlie Hebdo) vi sono almeno due ordini di fattori da tenere in considerazione.

Uno ha a che fare con il collegare i musulmani alla questione dell’immigrazione. I media, ad esempio, puntano molto sulla questione, come se gli immigrati fossero tutti musulmani e pronti ad invaderci. Tuttavia, tutta questa roba qui, seppure di destra, è roba facile.

Quando si focalizza meglio la questione, ci si accorge che i media più moderati esprimono maggiore coerenza con le politiche statali sull’immigraizone che non i media apertamente reazionari. La faccenda si può riassumere nella questione tolleranza/disciplina. Il messaggio è: “noi siamo tolleranti con te ma solo se fai il bravo“. Ti tolleriamo se sei politicamente inefficace, se non ti organizzi per difendere i tuoi interessi. È esattamente questo il discorso che viene fatto oggi. Un discorso che si nutre di constatazioni come quella che vorrebbe l’Islàm incompatibile con i nostri valori. Si tratta peraltro di un tipico discorso neoliberista, nell’articolazione del quale nemmeno ci si chiede se il discorso stesso possa essere accettabile per la cultura islamica.

In questi discorsi si fanno alcune premesse: si ci sono dei bravi musulmani, ma c’è, all’interno dell’Islàm, una consistente minoranza arretrata e reazionaria.

Russia Today fece un’indagine d’opinione intorno alle simpatie, tra gli inglesi ed i francesi, sia musulmani che non, per lo Stato islamico, dalla quale si scoprì che le simpatie non originavano solo dal pubblico islamico, ma anche da una parte di quello europeo, essendo il numero dei simpatizzanti totali superiore alla percentuale di musulmani intervistati. Se questi dati sono realistici, come sembra, dimostrano che vi è una certa disaffezione nei confronti dell’istituzione della democrazia liberale.

Gli antagonismi, dunque, sono interni alla formazione sociale euopea. La nostra classe dominante, nei confronti dell’Islàm, ha risposto in maniera univoca: è minacciata la libertà di parola, è minacciata la laicità. Così in nome dei diritti individuali costoro impediscono di indossare il burqa, cosicché le donne che vorrebbero indossarlo sono virtualmente agli arresti domiciliari. Nel nome della laicità, invece, intervengono negli affari privati religiosi dei cittadini.

Nel nome della libertà di parola, in Francia, si è richiesto di osservare un minuto di silenzio per i fatti di Cjarlie Hebdo. Anche senza che si conoscessero i contenuti di Charlie Hebdo o che se ne avesse mai letto una pagina. Chi non si adeguò a questo, dovette subire una sorta di giudizio negativo e di mancata integrazione, da supplire con una rieducazione. E chi, fra i soggetti “non integrati”, espose dei dubbi intorno al doppio standard e alla libertà di parola per alcuni, ma non per altri, si vide giudicare come intollerabile le proprie parole. Tuttavia, la scuola è la trincea principale del capitale, il suo apparato d’assalto. Ma in tutta Europa ormai i valori che passano dal sistema scolastico sono di supporto al sistema capitalistico ed orientati al controllo dei diversi.

L’islamofobia e il razzismo sono collegati ed è la Francia il paese leader in questo senso. Essa è la guida di tutta l’Europa sulla strada di questo collegamento e lo è nel processo di razzializzazione in atto, un processo che genera le razze. Ma l’Islàm non è una razza; non lo è l’Islàm come non lo è null’altro. È il razzismo che produce le razze e non viceversa. L’islamofobia muove una serie di stereotipi che possiamo riferire all’essenzialismo, che vuol dire localizzare quell’essenza in un luogo che è inferiore, è un qualcosa che si riferisce alla gerarchia culturale, con ovviamente l’inclusione di nozioni quali la cultura occidentale, la cultura francese, quella europea, che sono al vertice della gerarchia e l’Islàm al fondo. Questa è una potente pratica oppressiva. Allora il dispositivo non è semplicemente quello della sorveglianza sui musulmani, non semplicemente quello dell’apartheid sul lavoro o nella ricerca di una casa, non semplicemente quello inerente lo sproporzionato numero di arresti ai danni dei musulmani, in Italia come altrove.

In Francia questi, infatti, sono addirittura il 65% di tutti i detenuti, facendo del sistema francese il più efficiente sul piano razzista, superando quello americano nei confronti degli afro-americani.

C’è allora un certo tipo di pratiche oppressive collegate a e giustificate da tutto un insieme di stereotipi sull’Islàm, di tipo negativo.

Tutto ciò aiuta ad unire le forze del capitalismo occiddentale e la sua formazione sociale, contro l’Islàm e questo spiega come mai destra e sinistra siano unite, di fondo, sulla questione del’Islàm.

Ed è ancora la Francia la parte più avanzata di questa unità nazionale, in cui abbiamo visto una grossa fetta della sinistra, condividere questi discorsi. Un’ultima cosa va detta sulla questione di Al Qaida, su ciò che è stata, poiché essa si collega direttamente al nostro discorso.

Questa sigla è priva di alcun significato politico, poiché nel corso del tempo tutta una serie di organizzazioni islamiche si sono autoproclamate Al Qaida e ciò essenzialmente per il fatto che negli anni ’90 la CIA decise di denominare uno di questi gruppi che combattevano in Afghnistan come Al Qaida, iniziando così la storia di un marchio. Fu poi l’amministrazione Bush a costruire tutto un immaginario imperniato su di una fantomatica rete internazionale cospirativa contro i nostri valori, per giustificare una politica aggressiva in Medio Oriente.

Infine, una considerazione su ciò che è di destra o di sinistra in una società razzialmente oppressa. I killers di Charlie Hebdo sono di destra poiché la loro risposta all’oppressione razziale subita è stata la più reazionaria possibile. Ma è altrettanto di destra costruire, da parte della sinistra, la categoria politica dell’islamo-fascismo. Categoria tanto priva di senso filosofico o culturale, quanto lontana da un approccio che tenga veramente in considerazione i rapporti materiali che innervano la nostra società.

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