Lenin, Stalin, Putin. Un libro di Vittorio Strada.

lenin stalin putindi Sergio Mauri

Un grande libro scritto da un grande anticomunista: Vittorio Strada. Già comunista, a dire il vero, si distacca, molto presto, dalla teoria politica comunista e dall’URSS. Qualcuno del mio giro lo definirebbe un rinnegato, ma si tratta di un aggettivo insufficiente. Parliamo di un grande conoscitore della Russia, della sua storia e della sua cultura, anche se con qualche (non troppo) velato pregiudizio politico.

Non vi parlerò dettagliatamente dei contenuti del libro che, invece, vi invito a leggere, sia che siate ancora comunisti, sia che non lo siate mai stati, sia che non lo siate più, sia – infine – che siate diventati anticomunisti accesi. È un libro che vi lascerà con un sacco di informazioni nuove su cui riflettere e con un sacco di dubbi costruttivi. Quattrocento pagine che valgono ogni euro investito nell’acquisto.

Brevemente, vi dico ciò che mi ha colpito, premettendo che dentro questo corposo lavoro si annidano degli strafalcioni che mi sembrano veramente incredibili, per non dire altro. Due per tutti. Il primo riguarda il giudizio su Rosa Luxemburg: non era comunista! Senza spiegarci il perché! Secondo giudizio singolare: Putin non c’entra nulla col comunismo! Singolare. Veramente.

Ma continuiamo con quello che mi ha colpito. Intanto, mi ha fatto ricordare che Bucharin e Tuchacevsky erano fautori della teoria espansionistica militare della rivoluzione, smentendo la vulgata di un certo marxismo secondo il quale la rivoluzione sarebbe una questione insurrezionale di popolo o di una classe, ma non in divisa. Un evento insurrezionale autoctono che non è possibile importare o esportare, nemmeno per induzione. Qualcuno dovrebbe rimettersi a studiare.

Poi, un’altra questione veramente importante e, secondo me, di nuovo d’attualità, è quella che nella Russia dell’epoca prese la forma di una discussione sulle teorie dello sviluppo economico (capitalistico) diverso della Russia, uno sviluppo che poteva anche, per i populisti russi quantomai importanti precursori del leninismo, saltare la fase dello sviluppo capitalistico. Si trattava di evitare la fase dello sviluppo capitalistico di tipo occidentale che sembrava un passaggio obbligato e non eludibile.

Lenin la pensava diversamente, come i marxisti più ortodossi, inclusi i menscevichi, ma è da quando egli teorizza la possibilità di prendere il potere anche senza che il capitalismo abbia preparato le condizioni economiche al salto verso il socialismo, che cambia tutto, ed in un certo senso anche il leninismo si ricollega, in maniera diversa e complessa, alla storia della diversità della Russia. Una diversità tanto cercata che poi, alla fine, c’è stata! Il collegamento a quella diversità ha un nome: populismo russo.

Interessante e, secondo me inoppugnabile, il capitolo in cui si affronta la questione della continuità fra leninismo e stalinismo, ovvero di Stalin come vero, realizzatore e continuatore di ciò che fu impostato da Lenin all’inizio della rivoluzione. E questo al netto degli errori di certi dirigenti bolscevichi, delle falsificazioni di Stalin o dell’inettitudine di Trotzky. Cosa, quella della continuità, che ad alcuni potrà non piacere, ma che in realtà non ha spiegazioni alternative credibili. Inizio della rivoluzione dal quale, in effetti, dobbiamo precisare che inizia una nuova storia per il socialismo mondiale e per la sua teoria, il marxismo. La storia del comunismo (o se preferite, del socialismo, come primo passo del cammino) realizzato, con tutte le sue contraddizioni. Contraddizioni già presenti in Lenin che sono, tuttavia, tanto necessarie quanto fondamentali per salvare il potere sovietico e non farsi massacrare dalla sanguinosa vendetta della borghesia internazionale.

Unico ed impagabile, veramente, il capitolo, verso la fine del libro, in cui si parla del lato esoterico del comunismo. Un argomento così poco trattato e perciò così fondamentale da trattare.

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