Contro l’austerità.

against austerity

Pubblico questa recensione al libro di Richard Seymour Against austerity, che considero di grande profondità e risultato di una vasta indagine dei rapporti dominanti nel neoliberismo contemporaneo, perché credo sia il libro più puntuale e documentato uscito fino ad oggi sul tema. E’ un testo in inglese, scritto da un marxista britannico, che vi consiglio di leggere con molta attenzione. Fino ad allora, leggetevi la mia recensione.

L’austerità è il grimaldello con cui la classe dirigente occidentale sta modificando la propria posizione nel mondo, ovvero la propria posizione nella divisione internazionale del lavoro. L’austerità, come sistema ideologico coerente, non è all’ordine del giorno a scala planetaria. Se ne parla in Europa, non in tutto il mondo. Non se ne parla, ancora, in Asia. Nemmeno in America se ne parla, per lo meno, nei termini a noi consueti.

Il capitalismo nasce in crisi e vive sistematicamente nelle e delle proprie crisi, che ne determinano il processo di sviluppo ed il rafforzamento. Ogni accadimento economico sprigiona il suo valore ambivalente rispetto al modo di organizzare la società e rispetto alle proprie prospettive di sopravvivenza. Più che ovvio pensare e prevedere, giustamente, che come ogni organismo, anche il mondo capitalistico un giorno sparirà. Resta da vedere a quale punto dell’esistenza dell’organismo siamo giunti.

Alla classe dirigente/dominante la crisi esplosa nel 2008 poneva una scelta. Poteva uscirne in due modi: ampliando il debito pubblico oppure attaccandolo. I due modi, va da sé, non erano assolutamente equivalenti. La classe dominante ha scelto la seconda opzione perché in questo modo può rivedere i suoi rapporti all’interno della società e dello Stato che la rappresenta, ad esempio riducendo il peso di certi settori, vedi il Sindacato, in modo da renderlo meno importante (e magari meno pericoloso, non tanto perché considerato rivoluzionario, ma in quanto collettore di certi interessi antagonistici o depressivi del tasso dei profitti).

La classe dirigente/dominante decide, perciò, per un periodo di stretta economica piuttosto che sostenere un’agenda a base di spesa pubblica e gestione della domanda che poteva, anche, rafforzare i sindacati e ridurre sensibilmente il potere degli investitori.

L’austerità, e la sua articolazione arriva dopo il crollo del mercato azionario del 2008 negli USA che porta con sé pezzi di finanza, settore immobiliare, industria. Qualcuno si è illuso che ciò significasse la fine del neoliberismo, ma esso, il neoliberismo, non era (e non è) altro che un determinato rapporto tra Stato e privato, funzione allocativa di risorse ed investimenti, tali da rendere adeguata la riproduzione della società attuale. Che è basata sullo sfruttamento. Quindi, ecco lo Stato assumere un’importanza sempre maggiore, evidente nel salvataggio dei più grandi istituti finanziari, sia negli Stati Uniti che in Europa.

La crisi presente, già attiva ben prima della sua emersione spettacolare nel 2008, non è una crisi da poco o di facile risoluzione, nemmeno per la classe dominante che detiene tutti i mezzi per affrontarla. Tuttavia, la questione dell’austerità è la trovata ideologica di valore strategico nel breve periodo, poi il percorso ideologico-politico si aggiusterà e chiamerà a sostegno altre questioni, ri-articolandole nel modo più conveniente. La crisi presente rimane pur sempre la crisi più grossa e complicata dopo la Grande Depressione. E’ una crisi profonda che tocca molteplici livelli della formazione capitalistica a cui la classe dirigente cerca di dare le risposte che ritiene più confacenti i propri interessi. Tuttavia, non è detto che potrà far esplodere le proprie contraddizioni ed auto-danneggiarsi, come, presumibilmente, questa crisi sarà ben lungi dal rappresentarne la fine.

Una cosa importante da notare è che sbagliamo a credere di trovarci innanzi al declino dell’Occidente. Forse sarebbe più giusto dire che ci troviamo di fronte al declino inarrestabile della parte più povera della popolazione, dei lavoratori, dei disoccupati e degli emarginati. Un declino certamente inarrestabile, stando alle previsioni più gettonate sul terreno. Nel frattempo la classe dominante nel rapporto di capitale, la borghesia globalizzata e i resti dell’aristocrazia, appaiono vincenti e sempre più ricche e potenti. Le maggiori aziende, le multinazionali, nei prossimi decenni passeranno attraverso ulteriori processi di concentrazione capitalistica e saranno numericamente minori, ma più potenti che non semplicemente come somma di tutte le aziende in esse incorporate. Continuerà la tendenza degli ultimi trenta anni. Chi stà declinando è il lavoratore e il consumatore occidentali, non tutto l’Occidente, mentre chi cresce in ricchezza e potenza è il capitale monopolistico occidentale, come parte di quel capitale transnazionale globalizzato di cui parliamo ormai abitualmente.

L’ideologia della decrescita, allora, appare per ciò che è: un’ideologia della rassegnazione nel sottoconsumo per una grossa fetta della popolazione, mentre le classi agiate a nulla rinunciano. Al mercato interno asfittico si è già sostituito quello internazionale e con grosse soddisfazioni per gli investitori pubblici e privati. Per questo sentiamo parlare di export e di sostegno alle esportazioni.

Ma la crisi che cosa è? Ci è stato detto, sovente, che si tratta di una crisi dovuta ad una spesa pubblica eccessiva che pesa sullo sviluppo, inibendolo. Si tratta di un’analisi corretta? Non molto. La crisi, infatti, in Italia inizia a causa della crisi dell’industria e delle attività ad essa collegate, nel settore terziario. La crisi si manifesta e trova la sua ragione d’essere perché diminuiscono le attività, chiudono, causando perciò la riduzione della base imponibile, che incide fortemente sul gettito fiscale. Questa mancanza si riversa nelle competenze dello Stato, con l’aumento del debito pubblico. Richard Seymour è bravissimo a dimostrarci la similitudine, sebbene su scala locale, della crisi locale con quella del Comune di New York, in cui i fatti accaduti negli anni ’70 del secolo scorso sono indicativamente proprio quelli descritti sopra.

Insomma, diminuisce il parco dei lavoratori ufficiali e delle attività, diminuendo quindi la base imponibile, in modo sostanzioso e sistematico. Ciò è dovuto a diverse ragioni: errori strategici in campo industriale; forza della competizione internazionale; sprechi e corruzione.

Dobbiamo comunque ricordarci sempre che, nonostante ci sia un livello di rischio potenzialmente minaccioso per la classe dominante in questa crisi, essa ha un vantaggio incommensurabile in termini di capacità di mobilitazione per contenere gli effetti della stessa, dalle forze dell’ordine all’esercito, passando per i media, le grandi banche e le grandi aziende.

La classe dirigente attribuisce alla spesa pubblica fuori controllo e non al sistema capitalistico incapace di vivere senza violentare il mondo, la crisi attuale. Quindi, cerca di riversare sulla burocrazia e il settore statale tutte le responsabilità dello stato attuale delle cose. Certo che il settore pubblico e una certa burocrazia hanno delle enormi responsabilità nello stesso attacco che stanno subendo, tuttavia la questione non si esaurisce in questo modo e lungo questo percorso. La soluzione, per chi governa, sarebbe (ed è) quella di affidarsi e affidare i riottosi alla disciplina del mercato e del capitale.

Si tratta, quindi, in primo luogo di parare con questi argomenti le potenziali richieste della sinistra e/o delle classi disagiate; poi di far ripartire il sistema ed incontrare i profitti; costruire, quindi, uno schema  di crescita del sistema che trovi un bilanciamento efficace tra crescita del PIL e dei profitti netti.  Diversi studi dimostrano che oggi è proprio il ROI (ricavi sugli investimenti) a perdere continuamente colpi, imponendo di affrontare il costo del capitale, la produttività industriale e commerciale, la questione delle spese. La diminuzione della spesa pubblica va a fermare la svalorizzazione del capitale.

Abbiamo allora come conseguenza uno spostamento importante di potere in favore delle corporations e degli investitori a spese dei lavoratori e consumatori.

La sinistra ampiamente intesa in tutto ciò non ha capito veramente quello che stava accadendo e, ad esempio, non ha capito che la questione del neoliberismo non aveva a che fare né con il fanatismo ideologico, né con un errore di valutazione. No: il capitalismo è estremamente pragmatico, non fanatico. Tantomeno aveva a che fare con l’eliminazione dell’intervento dello Stato o con le quantità di questo intervento, bensì sul carattere dell’intervento stesso. Ad esempio, il sostegno alle attività finanziarie, anche nei paesi in via di sviluppo, privatizzando i profitti nel mentre si socializzano le perdite, punendo anche le transazioni fuori dal mercato. Questo è il ruolo centrale dello Stato (il capitalista collettivo) neoliberale.

Se volete comprare il libro, cliccate qui.

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