Il caso Ai Weiwei.

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Ai Weiwei, the smart global artist.

Non credo che Ai Weiwei sia un contestatore e non credo sia un artista di valore, se non nell’essersi costruito, in collaborazione con il governo cinese, una fama di tutto rispetto (per i poveri palati occidentali) e rispettivi cachet stellari. Ai Weiwei è la risposta cinese a gente come Jeff Koons, Damien Hirst e, in subordine non monetario, Maurizio Cattelan. Il subordine di Cattelan è tale perché ha qualche contenuto in più, ma non così tanti.

L’ironia cinese è un fattore di interrelazione umana molto trascurato dalle nostre parti e, soprattutto, non censito dalle nostre mappe culturali. Ai Weiwei, appunto, è figlio della storia cinese e di quel fattore anzidetto che applica con maestria, ma innanzitutto è figlio del suo tempo e della necessità di confronto, competizione e scontro con la cultura dell’Occidente, ancora dominante a livello planetario. Lo scontro si opera al meglio con i mezzi dell’avversario. La cultura dell’Occidente e l’arte e la finanza che ne fanno parte, diventa uno snodo fondamentale di questa competizione che prende in giro molto astutamente e con sottile ironia il nostro universo che pretende di essere… universale.

Ai Weiwei ha studiato molto bene la nostra cultura e non è un caso che abbia scelto di competere con essa e con i suoi mezzi comunicativi ed espressivi, piuttosto che farlo con i mezzi propri della cultura cinese tout-court che egli conosce altrettanto bene. Anche questo è molto cinese, ecco la prima risposta ai nostri perché?

Ai Weiwei è la risposta ad “alto valore aggiunto” dello sviluppo cinese, arma di conquista dei mercati per ricavarne profitto e piegarli alle proprie necessità. Il mercato dell’arte è un tassello importante del gioco finanziario mondiale, un tassello che permette diversi margini di manovra. Si tratta di un campo molto simile al mercato azionario.

Non sono più i tempi del low-cost, ormai siamo al tempo della specializzazione più elevata possibile e l’attacco si porta dal basso in sù e dall’alto in giù: tutto ciò che sta in mezzo non potrà che essere stritolato. Un artista di punta, inquadrato nei nostri canoni culturali, riconoscibile dall’Occidente, è lo strumento migliore per questo passaggio, per questa evoluzione.

Andando poi allo specifico di ciò che fa l’artista, mi chiedo a chi interessino i gommoni su Palazzo Strozzi, se non ad un gruppo di pescecani della finanza ed ai loro uffici che si occupano di valorizzare gli assets delle opere contemporary. Come ho già spiegato in Come si diventa Damien Hirst, queste operazioni sono state svelate e codificate e non rappresentano alcun tipo di novità o valore artistico particolare. Sono la creazione di un valore dal nulla attraverso il nulla, e questa si che è un’arte, se proprio vogliamo soffermarci sull’aspetto dirimente e fondamentale della cosa.

Non solo, ma anche l’incarcerazione (vera?) di Ai Weiwei e la sua rappresentazione (perché altro non è, comunque) è stata il cavallo di troia attraverso il quale l’evento è stato trasformato in business, e poi in sistema di business. Il suo rilascio, molto ambiguo, tanto quanto le foto, sia quelle “vere” che quelle che riproducevano l’evento, e sono diventate pezzo d’arte per loro stesse, lasciavano intendere una montatura bella e buona, secondo uno stile che noi in Occidente abbiamo già sperimentato. Le foto mi ricordano, in parte, molto da vicino Vanessa Beecroft, ad esempio.

La grandezza di Ai Weiwei non di certo artistica, ma sociologica. Muovere l’interesse verso se stessi senza aver fatto nulla di particolareo creato nulla di irripetibile, che sono questioni irrisolte del nostro tempo storico, lo pone fra i banali, poco utili orpelli di un sistema assolutamente efficiente a creare soldi dai soldi, ma incapace di creare valori e senso tali da competere con quelli del passato, anche recente.

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