Wal-Mart, un pò di storia.

Autunno 2006.

Wal-Mart sbarca in India.

Wal-Mart stà per sbarcare in India grazie a una joint-venture con il gruppo Bharti. L’operazione permette all’azienda americana di aggirare le norme che vietano l’ingresso degli stranieri in un mercato che nel 2015 potrebbe valere 60 miliardi di dollari. Il colosso americano si occuperà, quindi, coi nuovi soci, delle fasi della “supply chain”, dove non esistono limitazioni agli investimenti diretti dall’estero, mentre i supermercati verranno controllati dal partner indiano. Il gruppo Bharti è attivo soprattutto nel settore delle telecomunicazioni con Airtel.

L’India è il paese al mondo con la maggiore densità di negozi (calcolati intorno ai 15 milioni) e il settore occupa tra l’8 e il 9% della forza lavoro.

La legislazione indiana all’inizio di quest’anno ha cambiato le norme sul controllo dei punti vendita da parte di soggetti stranieri autorizzando le partecipazioni fino al 51% ma solo nelle catene monomarca, come ad esempio Reebok. Il divieto agli investimenti stranieri nella grande distribuzione non c’è più. Basta disaggregare la “value chain” è il gioco è fatto. E’altresi interessante che i legislatori hanno cercato di tutelare gli interessi dei tanti commercianti indiani e dei loro dipendenti che si sentono minacciati dall’arrivo di operatori più moderni ed aggressivi. I prossimi ingressi in India, infatti, saranno di Tesco e Carrefour.

Ritornando a Wal-Mart, i nuovi supermercati non potranno aprire ovunque. Inoltre, la maggior parte dei piccoli negozi a cui faranno concorrenza (per usare un eufemismo) avranno il vantaggio di affitti bloccati e molto bassi se confrontati con i livelli raggiunti nelle zone commerciali.

Wal-Mart via dalla Germania.

Nelle scorse settimane, Wal-Mart, ha deciso di uscire dalla Germania cedendo 85 negozi del paese alla tedesca Metro. La causa della cessione è dovuta alla difficoltà ad operare in un quadro di strategie commerciali e di culture diverse. La Wal-Mart, nel caso tedesco, e per la prima volta nella sua storia, non è riuscita a raggiungere gli obiettivi e le quote prefissate dal budget.

Wal-Mart e il mercato del credito al consumo.

Il gruppo americano ha inaugurato venerdì 24 novembre 2006 la stagione delle vendite natalizie negli USA, scatenando una guerra di sconti senza precedenti per la conquista dei consumatori resi riluttanti da un’economia in affanno. Il colosso di Bentonville ha ricevuto, sempre venerdi 24, dal Ministero delle Finanze Messicano, l’autorizzazione a gestire una vera e propria banca che offrirà prestiti ai clienti delle fasce più povere della sua popolazione di consumatori.

La nuova banca, dentro la controllata Wal-Mart de Mexico ormai diventata il più grande retailer locale, aprirà i battenti nella 2^ metà dell’anno prossimo. La Banco Wal-Mart de Mexico Adelante non è una novità assoluta nel paese centro-americano. I grandi magazzini Elektra vantano questo primato con il lancio del popolare Banco Azteca nel 2002, una rete di spartani sportelli nel retro dei negozi che genera forti profitti offrendo credito a clienti tradizionalmente respinti dalle grandi banche. La maggioranza dei messicani è tuttora priva di conti correnti e la diffusione capillare dei magazzini Wal-Mart, promette una forte crescita dell’attività del Banco Adelante, e – conseguentemente – del numero di messicani con conto corrente.

Sul piano internazionale, l’azienda, ha imboccato la strada di una rapida espansione in Cina, con la recente acquisizione della Trust-Mart per 1miliardo di dollari che raddoppierà il suo raggio d’azione nel paese e punta anche su America Latina e India. Contemporaneamente è stata costretta a ritirarsi da altri mercati come la Germania, dove ha ceduto 85 ipermercati alla locale Metro.

Il caso Wal-Mart.

Wal-Mart è la più grande impresa del mondo. Fondata a Bentonville (Arkansas) nel 1962 dà lavoro a circa 1800000 persone, pratica quello che potremmo definire il “dumping” a livello di prezzi ma anche sulla qualità delle merci vendute. Anche l’Europa, come il resto del mondo, stà conoscendo questo inquietante fenomeno, anche se le previsioni dicono che siamo ancora all’inizio del ciclo: sia l’Europa che il resto del mondo stanno per essere invasi da una ondata di colossali ipermercati.

Negli Stati Uniti, non si sono mai chiesti – veramente – se il fenomeno fosse buono o cattivo fino a 10 anni fa. Erano tutti affascinati da questi mega-store dove si potevano comprare in un unico luogo e senza spreco di tempo vestiti, giocattoli e medicinali a buon prezzo. Secondo la classica ideologia americana che riesce a fondere entusiasmo acritico verso il futuro – visto come sviluppo – con l’industrializzazione del desiderio (non del bisogno) di “rendersi la vita sempre più semplice”, soprattutto sul fronte del “risparmio di tempo”, neanche facessero chissà quali cose in alternativa. Tutto questo processo, ha un costo sociale nascosto altissimo per le comunità in cui nascono all’improvviso. La forza “gravitazionale” che colossi di questo tipo hanno, plasmano il territorio, la circolazione (trasporti) e i ritmi di vita delle persone.

Wal-Mart, se fosse una nazione, sarebbe 30^ nella classifica delle economie più grandi del mondo, appena dopo il Belgio. Le sue vendite sono superiori a quelle di tutti i concorrenti messi assieme. Inoltre, metà della popolazione americana si ritrova nel raggio di 8 km da casa propria, un Wal-Mart.

Nemmeno l’Europa è al riparo da questo tipo di via economica, dovuta allo sviluppo di un sistema produttivo impostato sul consumo e sul suo forzato, continuato aumento. Si stanno affermando infatti nel vecchio continente – individuato come continente di consumatori e non di produttori dalle grandi compagnie di strategia commerciale – giganti come Carrefour, Esselunga e via elencando. Esattamente come è successo già nel più immediato passato statunitense, questi colossi stanno modificando le abitudini al consumo e la qualità delle merci vendute.

Wal-Mart, nonostante si auto-definisca come un’impresa che ama la famiglia e fa del bene alla società, non migliora la vita dei consumatori e sottopone a pressioni insostenibili i fornitori. Non solo i suoi dipendenti vengono sottopagati ma, a volte, sono dei clandestini impiegati fuori da qualsiasi regola vigente sul mercato del lavoro. I piccoli negozi, magari a conduzione familiare, nei pressi di questi mega-store, sono inevitabilmente condannati al fallimento. In Italia, in particolare, siamo all’inizio di questa “civiltà del low-cost” ma già se ne vedono alcuni effetti : il low-cost di beni e servizi, spinge alla sostituzione (che è proprio ciò che vuole questo tipo di “civiltà”), ad una sorta di assuefazione.

Sul versante ambientale, un solo esempio: l’importazione di salmone dal Cile ha avuto un impatto ambientale devastante. Il gruppo americano è stato protagonista, comunque, di una marcia inarrestabile, con oltre 4 mila punti vendita negli USA e in fase di espansione pure in Cina.

Tra gli effetti di impatto sulle economie locali, ricordiamo che nell’arco di tempo in cui nell’industria USA i posti di lavoro calavano del 20% le importazioni, le importazioni dalla Cina aumentavano del 200%. Un colosso del genere, quindi, è capace di trasformare la vita privata e lavorativa delle persone che fabbricano giocattoli in Cina, come di quelle che allevano salmoni in Cile o confezionano camicie in Bangladesh, anche se queste persone mai sono entrate in contatto diretto con un mega-store del genere o ne conoscano l’esistenza.

Riferimenti: 1-Charles Fishman, “Effetto Wal-Mart: Il costo nascosto della convenienza”

(Editrice Egea)

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