Libri pubblicati.

Mauri

 

Sergio Mauri
PARTIGIANI A TRIESTE
I Gruppi di Azione Patriottica
e Sergio Cermeli

pp. 160 – Euro 15,00
ISBN 88-98422-03-6

Dalla Gazzetta Ufficiale del 22 luglio 1995 apprendiamo della concessione di una Croce di Guerra al Valor Militare alla memoria di Sergio Cermeli, triestino, dirigente della Gioventù Comunista e comandante di un distaccamento GAP nella città giuliana. Questo riconoscimento tardivo, che avviene diversi decenni dopo la sua morte nella “Repubblica democratica nata dalla Resistenza”, fa riflettere. Il libro, che esce in occasione del settantesimo anniversario della morte di Cermeli, ne ricostruisce la storia assieme a quella dei GAP locali, i quali ebbero l’ardimento di combattere la più spietata dittatura che l’Europa abbia mai conosciuto: quella nazifascista.

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DEFINIRE IL LAVORODefinire il lavoro nell’industria dell’ospitalità.

Indice del Libro:

1-Introduzione

2-Classificazione e stratificazione delle mansioni, loro tipologia e relativo posizionamento qualitativo nel mercato del lavoro del settore dell’ospitalità

3-Peso economico del Turismo in Italia

4-Il contratto collettivo, gli imprenditori delle piccole attività turistiche e ricomposizione dei loro interessi sociali di gruppo

5-Considerazioni finali

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Copertina-1-premio-claIn ricordo di Bobi Bazlen

SCRIVIMI DEI MORTI.

1.

I fasci di luce penetravano la stanza dalle finestre che davano sulla strada, spezzandone l’oscurità. In quel luogo, silenzioso come una terra desolata, essi erano l’unico punto di contatto con la vita.

Là, i movimenti di cose o i passaggi di persone erano poco frequenti e dettati dall’umore di chi ci viveva. Un umore intriso di sensazioni, volontà, emozioni.

I pochi mobili di vecchio stampo, un televisore ultimi anni ’70 o primi ’80, un tavolo nel mezzo, testimoniavano lunghe serate a leggere o in compagnia di qualche amico. Il tavolo di legno riempiva la stanza e calamitava gli ospiti.

Una tovaglia dal lungo passato e senza alcun intervento di vera pulizia, con pochi disegni floreali su di uno sfondo bianco, staccava violentemente col pavimento di parquet.

Un quadro di grandi dimensioni e senza valore, dava una misura ed un equilibrio alla parete parallela alle linee che i fasci di luce in entrata iscrivevano. Sembravano i due grandi occhi di un animale esplorante la tana di una preda.

Dall’altra parte il televisore incassato in una vecchia libreria-vetrina “a muro” e le pareti con calendari, manifesti ed altri piccoli curiosi aggeggi appesi. Un salottino trasandato – ma trasandato con ordine – nel quale la vetrina-libreria, col suo spazio per il televisore, era il punto di convergenza di idee, memoria e velleità recondite.

Un luogo in cui il cervello rifletteva se stesso in un serissimo gioco di costruzione dell’identità; alla formazione di una coscienza, più strettamente di una personalità.

Qui si tentava, per quanto risultava possibile, di resistere allo spossessamento delle idee che pure c’erano e alla stanchezza di montare la guardia sempre nella solita trincea del virtuale campo di battaglia della propria vita.

Pochi orpelli e segni di spartanità, contraddistinguevano la stanza in particolare e l’abitazione più in generale.

Il mucchio di fogli a fianco della tastiera e buttati sopra il video dell’elaboratore – una macchina un po’ vecchiotta – erano forse simili ad un nodo al fazzoletto o ad un pegno a significare la particolare importanza di una promessa di svolgere un lavoro o ad evadere un compito di primaria necessità.

Lo schienale a strisce verticali di legno intarsiato della sedia posta di fronte all’elaboratore che fungeva da catalizzatrice delle sue energie mentali, completava col suo stile l’identità perseguita dal suo proprietario.

Lo schienale rifletteva la luce in entrata dalle due finestre, creando – con la sua angolazione – un particolare effetto cromatico. Sulla superficie investita dai raggi solari si distinguevano una parte che ne confermava la natura legnosa e un’altra senza dimensione reale, di colore argenteo per l’ammassarsi dei raggi del sole.

I doppi vetri alle finestre rendevano lo stesso servizio di un’abbondante nevicata che copre ogni cosa: attutivano, ovattandoli, i suoni che provenivano dalla strada, a volte piuttosto trafficata.

Il lampadario di bronzo fissato al soffitto, somigliava alla mano scheletrica di una vecchia megera pronta a chiamare una compagna di pettegolezzi con un ossuto cenno. In un saloon del vecchio West lo avrebbero tirato giù con un colpo di pistola ben assestato, sfogo d’ira. A volte ci pensava e poi rideva. Bisognava mirare alla catena centrale che passava dal corpo “a stelo” dello stesso, affinché il lavoro riuscisse bene.

Il telefono suonò, rompendo un’atmosfera di silenziosa tranquillità quasi irreale. Francesco deviò dal percorso che stava compiendo nell’appartamento, ritornò verso il salottino e alzò il ricevitore.

Nei pochi secondi che impiegò per raggiungere il telefono la sua mente fu invasa da molteplici domande su chi potesse essere, magari una donna, qualcuno che aveva sbagliato numero, qualche azienda che utilizzava il telefono per vendere i propri prodotti, qualche amico? Dopo aver risposto con tono convenzionale, ci fu qualche secondo di esitazione dall’altra parte del cavo.

- Francesco?

- Si !?

- Ciao, sono Claudia. Tutto bene?

Come si potesse rispondere seriamente ad un tale tipo di domande, Francesco non l’aveva mai capito. Si doveva – per forza di cose – rimanere nell’ambito di una convenzionalità accettabile da tutti e buona per tutte le situazioni, sebbene leggermente ipocrita.

Fino a che punto – in verità – siamo capaci di aprirci con il prossimo? Fino a che punto siamo disposti a scoprirci, parlare delle nostre voglie o dei nostri segreti o delle colpe rimosse ma al tempo stesso ben appartate nell’angolino buio della nostra coscienza, sempre pronte ad uscire allo scoperto e a farci soffrire con le loro lancinanti verità? – pensò in un lampo.

- Si, abbastanza, grazie. Tu anche, spero.

- Si certo. Senti, volevo dirti che stasera non ci vedremo. Non ce la faccio proprio. Sono proprio distrutta, me ne torno a casa subito dopo il lavoro, faccio una doccia e vado immediatamente a letto.

Questo era un tipo di risposte – a delle sue richieste formulate in precedenza – che in un certo senso si era abituato a ricevere con tutte le conseguenze del caso, gestione delle sue contro-risposte comprese.

Francesco non disse nulla, se ne stette silenzioso. Un silenzio che fu colto chiaramente da Claudia.

- Dimmi. – Disse lei con il tono di chi si aspetta la richiesta capricciosa di un bimbo a cui sa già che risponderà di no.

- Allora non riusciamo proprio a vederci stasera? – Disse flebilmente lui.

Lei accennò – brevemente – in un tono di vago risentimento che non era possibile proprio che si vedessero quella sera.

Lui capì che era meglio ritirarsi con ordine cercando di contenere le perdite sul campo.

- Capisco. Ci sentiamo presto comunque. Grazie per la telefonata.

Dopo brevi convenevoli di commiato Francesco si adagiò sul divanetto posto sotto il grande quadro sulla parete altrimenti senza dimensione.

Osservò i fasci di luce che entravano nella stanza da sinistra, fendendone la semi-oscurità, e si accorse che la calma e la lentezza dello scorrere del tempo si erano re-impossessate della sua tana.

Anche con questa giovane donna conosciuta in palestra, le cose stavano prendendo una delle solite pieghe possibili che la situazione poteva prevedere: una serie di telefonate, una serie di nulla di fatto.

Una proposta intesa a conoscerla meglio, una serie di telefonate a chiedere, una serie di risposte a negare. Andava bene anche così, effettivamente.

Egli era cosciente che l’avvicinare una donna è un sottile giuoco di strategia e tattica in equilibrio fra loro, una lotta dura come una campagna d’armi e sottile ed intricata come un sofisticato giuoco di ruolo.

Vi sono tempi giusti, luoghi giusti, oppure tempi e luoghi sbagliati. E’ quì che bisogna essere abili. E già tanto così: l’averla avuta a distanza di tiro per – alla fin fine – pochi secondi.

Dopo l’ultima storia – molto importante – che Francesco aveva avuto – un amore praticamente disperato, con struggenti sofferenze per la distanza dell’amata – era cominciato un nuovo periodo, di cui egli stesso sentiva la novità, e l’oscura essenza che vi si rappresentava in un immaginario tentativo di disegnare il futuro. Dopo aver rotto i vecchi schemi, tutto – per forza – doveva essere nuovo, tutto doveva presentarsi sotto una luce diversa.

La coscienza di essere nuovamente solo di fronte al mondo, figlio unico con genitori che non potevano più essere il suo punto di riferimento o il centro di un suo progetto di vita, aveva risvegliato in lui tutto l’orgoglio, il senso della dignità personale, la determinazione di cui un uomo di carattere poteva aver bisogno.

Il coraggio di andare avanti. Anche dopo aver perso un pezzo del proprio cuore: era una sfida. Rimettersi in gioco. Giocare altre carte, diverse da quelle giocate finora. L’affare era tutto qui: si stava rimettendo in discussione. Era dura ma al contempo stimolante.

Sin dalla prima telefonata a questa donna, circa dieci giorni prima, – ora i pochi ricordi emergevano nella sua mente in una ritmica cadenzata di brevissime immagini, suoni, odori, come lente gocce d’acqua che precipitavano frangendosi sulla superficie ideale del suo pensiero – egli aveva capito che per uscire dall’intoppo in cui era caduto – la scarsa disponibilità di lei – avrebbe dovuto giocare abilmente e senza risparmio di mezzi.

Ma con aristocratico distacco, questo lo sapeva: era un comportamento ormai connaturato alla sua persona.

Francesco, pensando ai sottili meccanismi che animano una mente umana quando si deve misurare con un’altra o più d’una su di un livello che obbligatoriamente prevede una mediazione fra i soggetti, coi loro interessi e volontà, accese il televisore per darsi – forse inconsciamente – una pausa.

- La magistratura deve riflettere sul suo ruolo e darsi delle nuove regole per assolvere al meglio le funzioni che è stata chiamata a svolgere. – Disse il commentatore, accompagnando la frase con un’espressione leggermente corrucciata. Era un “periodo storico” nel quale l’importanza della magistratura era cresciuta molto e questa aveva – ormai – assunto un ruolo sostitutivo della politica.

Niente più argomenti né progetti per il futuro, quindi. Gli uomini si affidavano alle regole codificate, specchio di un sistema pietrificato – regole talvolta emendabili, ma solo nella forma – sulla base delle quali poi si sarebbero battuti per “portare a casa ” tutto il possibile, senza mettersi a confrontare le proprie idee o a ragionare sui sistemi di pensiero, su di un’etica o un destino umano che potessero essere di guida nella risoluzione delle controversie nel campo della coesistenza degli uomini.

No, quel periodo – nel quale ci si poteva confrontare e sperare – era dimenticato, morto e sepolto. Era un lontano, sfocato ricordo: battersi per dei principi era ormai qualcosa di molto impopolare, c’era il rischio di venire additati come degli snob non paghi di aver ragliato abbastanza lungo la strada che portava ai grandi fallimenti storici.

Francesco si mise a riflettere su ciò che stava udendo dalla TV. Il giornalismo veniva definito il “Quarto Potere” perché al pari di quello legislativo, esecutivo e giudiziario, era in grado di determinare dei  cambiamenti nella società, nella politica ed anche nell’economia.
Davanti agli occhi aveva un esempio di come il “Quarto Potere” e il “Potere Giudiziario” potessero vivere di sinergie fino a quasi fondersi. Cosa sarebbe successo in questo caso?

Quando si verificavano ( e lui stava assistendo ad un caso di questo tipo) delle sintonie, era ovvio che il rapporto tra giornalismo e Magistratura faceva il gioco dell’accusa.

Cosa era successo alla categoria dei giornalisti che negli ultimi anni avevano visto sparire i loro colleghi del giornalismo d’inchiesta? Dov’erano finite quelle capacità di analisi, di verifica, di ricerca e di riscontro che solo un lavoro meticoloso poteva assicurare?

Molti giornalisti, si erano ridotti a fedeli “portavoce” delle procure e quindi della pubblica accusa. Il degrado, si, la scomparsa di una deontologia professionale.
Non doveva sorprendere allora se l’opinione pubblica fosse nauseata, e telecomandata mediaticamente dalle  clamorose assoluzioni, così come dalla necessità dell’indipendenza della Magistratura. La teatralità era cercata, studiata. Si voleva creare clamore a tutti i costi. Come se l’esito di un’indagine si esaurisse nello spettacolo mediatico.

- L’Italia è il paese europeo dove l’indice di natalità è più basso. – Il commentatore cambiò argomento, questa volta sfoggiando uno sguardo luminoso, come fosse felice di poter avere un argomento – avvalorato dalle statistiche ufficiali – con cui contrastare la voglia di maternità della sua convivente.

- Le giovani coppie si sposano meno, anche per la difficoltà a trovare abitazioni a prezzi accessibili….- Continuò, stavolta rilassando lo sguardo che ad un certo punto sembrava lanciasse dei piccoli lampi di contentezza.

L’intervista “sul campo” che seguì queste dichiarazioni ufficiali, raggiunse il culmine quando una giovane tutta infighettata dichiarò che “anche i figli costano” e “non tutti vogliono o possono permettersi di averne”.

Francesco pensò che l’aver acceso il televisore ed essersi visto un breve telegiornale del pomeriggio fosse se non altro servito a fargli fare carburante – con le notizie che facevano da sottofondo al librarsi dei suoi pensieri – per continuare a coltivare qualche speranza e qualche velleità sul suo futuro di amante, amico, corteggiatore di donne.

Non era certamente sempre stato così: non aveva sempre avuto questo tipo di immagine di se stesso. Era stato un processo di lenta maturazione nel corso del quale aveva saputo apprezzare la complessità femminile e il gusto di essere l’uomo di una donna. Aveva imparato a leggere negli occhi della sua lei il piacere di essere la donna di lui. Pensava che queste fossero le cose per cui una vita valesse la pena di essere vissuta.

E non si sbagliava. Ma egli era anche un intellettuale, a modo suo. E non si sarebbe certamente lasciato andare completamente alle ondate di felice sentimento che la vita – di tanto in tanto – gli riservava. Non poteva negare la propria essenza, non poteva svendersi, far scioperare il suo cervello, per nessun prezzo, per quanto alto potesse essere.

Si stava facendo buio, ed egli se ne accorse dal fatto che al posto dei due grandi occhi da cui precedentemente penetravano due ben distinti fasci di luce, ora si notava semplicemente il colore azzurro di un cielo al tramonto, con tonalità rosate dovute agli ultimi raggi di un sole che andava scomparendo dietro le case e, più in là, sotto la linea dell’orizzonte.

Un effetto cromatico tranquillizzante, che dava inizio al resoconto di una giornata, e che per ciò riuniva le famiglie – piccole o grandi che fossero, ma tutte le statistiche dicevano ormai che erano piccole – intorno ad un tavolo con la presenza ossessionante di un televisore acceso a stabilire i ritmi delle chiacchiere o a farne da sottofondo.

Dieci giorni fa aveva chiamato Claudia. Nove giorni fa l’aveva richiamata per riconfermare il loro primo appuntamento: lei esitò e poi lo rimandò. Era il segno che stavano cominciando ad entrare in azione i freni inibitori. Lei cominciava a fare i suoi conti.

- Perché mettermi con questo tipo? – Avrà certamente pensato.

- In che mani vado a mettermi? – Si sarà chiesta.

- Perché operare delle rinunce nel mio stile di vita per conoscere questo qui?Che poi magari comincia a pretendere un impegno serio?

In un turbine di idee, di tentativi di spiegare il perché di certe azioni, la sua mente vagava verso mondi mai conosciuti, mai potuti vivere, mai visti da vicino, solo immaginati. Si addormentò senza rendersi veramente conto di non essere nei luoghi sognati ma di essere ancora là tra i suoi solidi, vecchi strumenti che ne avevano fatto un gran sognatore. Uno che sapeva sognare in grande.

2.

Le gocce d’acqua che cadevano copiose fuori dalla grondaia e andavano a colpire il vetro della finestra della camera da letto, trasformandola in una fitta serie di righe verticali imperlate da grosse gocce ferme, col loro continuo picchettìo svegliarono Francesco.

Erano le 6 e 25: pensò che quella che si sarebbe svolta nei minuti e poi nelle ore successive sarebbe stata una delle sue solite giornate lavorative.

Puntava sempre la sveglia alle 6 e 30 perché, con la pigrizia che lo contraddistingueva, aveva tutto il tempo di decidersi ad alzarsi dal letto e prepararsi per andare a lavorare. Quella mattina però la pioggia fece meglio della sveglia.

Dopo dieci minuti d’attesa sotto le coperte, pensando a ciò che gli era accaduto ultimamente e a ciò che poteva accadergli oggi, schizzò nel bagno incontrandone la fredda, neutra ceramica che gli bloccava sempre il respiro alla gola e gli dava un senso di distacco dalla sensuale materialità delle cose del mondo.

Fu velocissimo quel sabato mattina a prepararsi e ad uscire pensando ai compiti che avrebbe dovuto svolgere sul lavoro, al caffè che stava finendo e di cui avrebbe dovuto rifornirsi velocemente – era quello un aroma che gli rendeva la vita più accettabile – alle facce nuove e pure belle di due colleghe appena assunte.

Era un sabato mattina, quindi ci sarebbe stato un certo caos sugli autobus – e nel traffico – per raggiungere il luogo dovuto.

Di sabato in quella maledetta/benedetta città di mare vicina al confine di Stato, la sua Trieste, si verificava la naturale discesa di parecchie migliaia di persone (famiglie intere, gruppi di amici, nonne con nipoti) che vi usavano fare shopping, evidentemente attratti dalla maggior quantità e miglior qualità delle merci.

Era il solito confluire di automobili – alcune che cadevano a pezzi, modelli obsoleti, altre che evidenziavano lo sviluppo endogeno e recente di una borghesia autoctona senza radici e con un bassissimo gusto estetico; automobili di grossa cilindrata ma dai colori che lasciavano frastornati, con un particolare tipo di cerchioni o di spoiler ai vetri anteriori che indicavano l’esigenza dei proprietari di trasformarle in veri e propri mostri; con famiglie stipate all’interno di autobus stracolmi di umanità il cui fiato ne aveva completamente appannato i vetri su cui qualcuno aveva – con le dita – scritto qualche parola in caratteri a volte latini, a volte cirillici.

Le vie erano piene di gente già a quell’ora indaffarata, in cerca di darsi delle priorità per svolgere i primi affari della giornata.

Le grosse arterie del centro convogliavano un numero notevole di macchine dirette verso i parcheggi a pagamento totalmente automatizzati anche nelle voci che t’invitavano a ritirare il tagliando che ti permetteva di parcheggiare l’automobile e ti spiegavano il tragitto da fare per trovare posto augurandoti alla fine una buona giornata.

La linea d’autobus che Francesco prendeva ogni mattina per andare al lavoro era frequentata da un certo numero di studenti oltre che da pensionati di cui la città era ricca.

Quella mattina c’erano anche diverse di queste persone provenienti dall’entroterra e dalle cittadine satellite. Vestivano abiti demodé dai colori forti, avevano facce che ne testimoniavano il presente contadino o nella migliore delle ipotesi, un recente passato.

Il mare era leggermente increspato da un vento da est-nord-est che scendeva dalle colline prossime alla costa.

Nel suo lavoro di bibliotecario Francesco ci credeva.

Oltre a dargli una certa indipendenza economica, ed una identità, lo inseriva in un certo giro di intellettuali, seppur modesti e per certi versi marginali che gli permetteva di coltivare le sue conoscenze culturali – eseguendo delle ricerche -, di scambiare un certo bagaglio fatto anche di esperienze sul campo.

Col tempo però si accorse che questo lavoro in realtà per lui era un po’ una copertura. Egli infatti, pur di avere delle sicurezze, di stare “col culo al caldo”, aveva abbandonato ogni velleità di miglioramento, ogni fantasia, ogni lecito “grillo per la testa”.

Aveva rinunciato ad andarsene via dalla città di provincia dov’era nato e dove ancora viveva. Forse aveva sbagliato.

Forse avrebbe dovuto andarsene per realizzare le proprie aspirazioni artistiche, avrebbe potuto rischiare, ma non l’aveva fatto. Forse la fiducia in se stesso non si era manifestata a sufficienza, non riuscendo – conseguentemente – a capovolgere il senso della sua vita.

- Piano, piano, per favore Signora – disse alla vecchietta che lo stava spintonando per prendere posto su di un sedile dell’autobus.

Come una moglie che non si può azzardare a criticare troppo seriamente il proprio marito non avendo di che vivere autonomamente, così egli non si poteva allargare troppo a disquisire sulla sua prosaica scelta di vita.

Poche discussioni: i dubbi andavano rimossi per lasciare posto alla linearità di una vita da dipendente pubblico.

Fu invaso da un senso di avversione per questo sistema di cose non appena la sua mente venne percorsa dal flusso non totalmente ben definito di questi pensieri.

Le sigarette che fumava, comperate in uno di quei “Free-shops” situati nella “terra di nessuno” fra un confine di Stato e l’altro, avevano un gusto leggermente diverso da quelle di casa, ma il loro essere a “buon mercato” ne giustificava la compera.

Tirò una boccata lunga e profonda, cercando – in questo modo – di ricongiungersi col mondo intero, sentendone il respiro, il ritmo di vita.

Era un gesto rituale, non il modo necessario di fumarsi una sigaretta. In questo modo sperimentava il ricongiungimento con una sensibilità che trascendeva ogni norma di quotidianità.

Il flusso di umanità che si aggirava lungo quelle vie con motivazioni del tutto mercantili e quindi in buona parte egoistiche, gli dava un senso di nausea.

File di donne e uomini che davano la giusta misura della forza del Potere, di ciò che muove la gente, alla fine di tutti i discorsi e le moine, di ciò che conta nella vita. Alla fine sarebbe stato lui a dover capire, studiare loro e non loro lui.

E chi doveva fare qualcosa era il più debole all’interno di questo rapporto costituito.

- Scusi – Disse uno di questi atomi umani che si muovevano zigzagando sui marciapiedi, mentre gli diede una spallata.

Poche decine di metri dopo arrivò al portone della Biblioteca, suonò il campanello ed entrò nell’androne di quel vecchio edificio, salutando gentilmente la solita donna delle pulizie – una donna sui 35, separata con figlio a carico – che replicò accennando il sorriso semplice di chi non è abituato a contegni garbati .

- Buongiorno – Disse alla nuova segretaria, nell’atrio della Biblioteca.

- Buongiorno – Rispose lei accennando un tirchio sorriso; il sorriso di chi sospetta che la cortesia dell’altro sia l’anticamera per richiederti qualcosa in più…. “sicuramente non previsto dal contratto”.

Aveva bei capelli biondi, lunghi e lisci che ondeggiavano leggermente ad ogni movimento del capo, come il piumaggio di uno splendido uccello lira.

- Come va….? – chiese Francesco forse troppo seriamente per rendere la domanda pertinente in un’atmosfera in cui era richiesta – al massimo – una certa spensieratezza.

Lei non rispose subito, mostrando un certo fastidio nell’essere stata oggetto di una domanda di quel tipo.

- Bene, grazie – rispose finalmente, cercando di rimanere ben dentro il tracciato delle convenzioni imposte nei rapporti interpersonali.

- Un tempo veramente pessimo oggi – incalzò lui.

- Non parlarmene – si sciolse lei – questa sera sarei dovuta uscire col mio ragazzo, sai… per andare a ballare. – Dicendo questa frase gesticolò nervosamente, con ampi movimenti degli avambracci, scuotendo – contemporaneamente – la testa.

- Rieccoli! – Pensò Francesco – Sempre a fare le solite cose, alla fin fine: ma che poca fantasia! -.

- Magari cambieremo programma – Aggiunse la ragazza.

- Andremo al “Satchmo Bar”. Tanto per non uscire dalla città. – Dicendolo, un velo di tristezza le invase gli occhi celesti, dando la misura di una piccola delusione.

Il sabato sera, ma un po’ tutte le sere che vanno da Giovedì a Domenica compresi, era dedicato alla ricreazione dagli impegni settimanali di lavoro o di studio.

La distrazione era d’obbligo in una vita organizzata in maniera frenetica, con orari che si potrebbero definire quasi da fabbrica.

Francesco le diede un’occhiata comprensiva che era anche di commiato, e si diresse verso i suoi impegni. Si immerse completamente nella ricerca che stava ultimando, accendendo di tanto in tanto una sigaretta.

I muri della Biblioteca riverberavano i discorsi fra la nuova segretaria e una collega di Francesco.

- Sai, tra me e Paolo le cose vanno bene. Lui è un bravo ragazzo, vuole affermarsi nel lavoro, fa l’informatore medico, si sta dando da fare per migliorare la sua posizione. Sai, in vista di un nostro futuro matrimonio, dobbiamo essere ben sicuri di poter andare avanti con le nostre sole forze. – Disse la nuova segretaria.

- Certo, avete ragione. Comunque un uomo si deve dar da fare per garantire una vita decente alla famiglia, altrimenti è meglio neanche imbarcarsi in un progetto del genere. – Replicò la collega di Francesco.

- Sicuramente non mi sarei nemmeno messa con lui se non avessi avuto qualche garanzia di serietà e sicurezza. Sai, oggi è molto importante, con tutti i problemi che ci sono da affrontare nella vita….- Continuò la segretaria.

- Vedi, anch’io con il mio Franco ho cercato di impostare così il rapporto. Dopo tutte le esperienze negative, di perdita di tempo con ragazzi così privi di ambizioni che mi sono capitate, non voglio buttare via inutilmente il mio tempo. – Confermò la diligente collega.

La voce della segretaria cambiò improvvisamente tonalità: divenne allegra da seriosa che era.

- Lo sai che Paolo ha comprato una macchina nuova? – E iniziò a descrivere la linea della nuova automobile sportiva del suo ragazzo, soffermandosi sul fatto che era importante avere una bella macchina ed era pure un investimento, un modo per far lavorare i soldi. “E per perderli” – pensò Francesco.

Le due donne, Sara la sua collega e Manuela la segretaria, erano coetanee ed andavano abbastanza d’accordo. Sarà stato anche a causa del fatto che – in quanto coetanee – vivevano più o meno le stesse problematiche e potevano comprendersi meglio a vicenda.

Ma doveva esserci anche affinità di carattere, senza la quale un rapporto di amicizia – per quanto superficiale – non sarebbe potuto durare.

E poi, non essendo in diretta concorrenza professionale, svolgendo due compiti differenti, non erano costrette a farsi la guerra.

Dopo un po’ questi discorsi si impossessarono della mente di Francesco che ad un certo punto provò una vertigine, un giramento di testa a sentire tutte quelle cazzate.

Egli non s’era mai identificato con quel mondo che a parole le due donne stavano descrivendo e vivendo con emotiva partecipazione. Non aveva mai capito fino in fondo il senso di tutte quelle convenzioni, di cui però anch’egli faceva parte.

Viveva in una sorta di sdoppiamento: da una parte, l’esigenza di inserirsi in quel mondo che le due donne rappresentavano così bene; un mondo assurdo e stupido.

Dall’altra il non crederci proprio. Non ne poteva più, ne ebbe la nausea. Non sapeva che fare, la sua nevrosi cresceva a forza di sentire quei discorsi tanto banali, in fondo gretti.

Ad un certo punto si alzò, entrò di scatto nella stanza dove le due zelanti giovani donne parlavano e disse bruscamente:

- Potete abbassare il tono della voce, non so, chiudere la porta così riesco a terminare il mio lavoro? –

Le due lo squadrarono, leggermente indispettite.

- Va bene Francesco ma non ti devi mica arrabbiare…..-

Lui fece dietro-front, chiuse la loro porta e tornò al suo posto.

3.

Francesco si voltò e s’alzò dalla sedia dove era seduto già da un paio d’ore. Girando la faccia, fendendo l’aria cruda della stanza, ebbe una sensazione di freddo. Fuori stava facendo veramente freddo; un freddo penetrante, lo sentiva fino all’interno della stanza, il salotto di casa.

Si stava interrogando sulla necessità di fare un atto diverso, nuovo, nei confronti di Claudia. Voleva scriverle una lettera.

Praticamente dopo circa tre ore – e due settimane di ripensamenti – l’aveva scritta. Essere romantico – in un modo magari non così coerente con i canoni della letteratura al riguardo – presupponeva, avendo deciso di non mettere la parola fine a questo inizio di storia, l’esserci dentro, l’esserci cascato, con una donna.

O ci caschi, decidi che vale la pena provare, con tutti i mezzi a disposizione, o non ci caschi, e allora ti ritrai in buon ordine, dignitosamente, non facendo trapelare i tuoi reali sentimenti….in questi casi sempre improntati al rancore.

“Cara Claudia,

ho scelto questo mezzo – la lettera – perché mi sembra il più opportuno in questi casi. Dovendo comunicare delle cose intime, mi sembra un modo discreto per farlo.

Ed essendovi dei contenuti a cui io do importanza e che considero seri, voglio sottoscriverli e dar loro lo stesso peso di una fotografia del mio pensiero in questo preciso momento. Verba volant scripta manent, quindi.

Quando ti ho telefonato a casa per dirti la mia intenzione di conoscerti meglio, ero perfettamente cosciente del rischio a cui andavo incontro: o mi avresti detto subito di no, oppure ci sarebbe stata una serie di nulla di fatto e ad un certo punto ci saremmo persi di vista.

Sapevo che le probabilità di successo di una cosa del genere erano piuttosto scarse. Ma ho voluto rischiare comunque.

Non era giusto celare i miei sentimenti, non dire quello che pensavo e perdere un’occasione di conoscere una donna che altrimenti – senza fare ciò che ho fatto -non avrei mai conosciuto.

La cosa importante mi sembra questa: non lasciare che tutto scorra senza cogliere le differenze, l’importanza di ciò che si vede e si sente, di chi incontri nella vita di ogni giorno.

Non voglio rendere la mia esistenza banale, rimanere sulle mie senza mai essere coinvolto da alcunché. Tutti così freddi e snob nei confronti della vita vera…. Ebbene no, io mi sono fatto coinvolgere. Ho apprezzato il tuo invito a farmi vedere nei locali che tu frequenti.

Ma io sono un animale solitario, non amo il branco, mi annoio velocemente a stare insieme ad una compagnia dove si finisce per dire le solite cose e regnano dei comportamenti codificati. Non riesci a capirlo?

Non sono uno che fa le solite cose ripetitive, non ho il giorno fisso per frequentare i locali ( e per la verità ne frequento pochi perché m’annoiano), il più delle volte mi piace stare per i fatti miei a leggere un buon libro (perché ritrovo me stesso).

E poi come si fa a conoscere una persona nel frastuono di un locale?

Tu mi hai proposto di farmi vedere nei locali da te frequentati per conoscerti, ma io voglio sapere chi sei veramente e non mi interessano i tuoi comportamenti sociali.

Probabilmente mi hai fatto questo tipo di proposta perché con le persone che conosci tu, questi sono i termini del discorso, ci si conosce in questo modo, questo è il linguaggio giusto per capirsi.

Io la penso diversamente e voglio conoscere una persona non per la funzione che ha all’interno del gioco di società a cui tutti – volenti o nolenti – apparteniamo, ma per quello che è senza protezioni. Tu al telefono mi hai raccontato tutto – o quasi – di quello che fai. Molto veramente. E hai tutta la mia stima.

Ma permettimi di dirti che dopo aver visto tutte le tue medaglie che sono una specie di muro fra te e me, rimango interessato ad andare oltre questo muro.

Voglio oltrepassare il muro rappresentato da ciò che fai, per sapere chi sei. E te lo dico perché so che le due cose non collimano mai”.

Auto-glorificazione…pensare di essere un’anima nobile, grande e pura. Ecco cos’era Claudia: mera auto-glorificazione.

In un certo senso un’attrice. Visto che ognuno di noi deve assumere un ruolo, senza il quale è nulla…anche Claudia ne ha assunto uno, con un surplus di ipocrisia rispetto ad altri.

Lo scrivere quella lettera lo aveva liberato di un peso. In tutta la sua esistenza si era sempre chiesto se avesse più senso tacere e fare ciò che si voleva senza far emergere il proprio pensiero o combattere a viso aperto per ciò in cui si credeva anche a costo di pagare qualche prezzo salato.

Fin da piccolo decise di parlare chiaro, talvolta pagando anche un prezzo per la sua chiarezza e – in fondo – lealtà verso il prossimo.

Forse anche per questo motivo si era ridotto ad essere una persona mai in fondo soddisfatta e – secondo la regola che dice che la goccia scava anche la pietra – scavato anch’egli nell’animo dalla sua scelta di vita. Per onestà con se stesso divenne ciò che è. Era così che voleva e doveva essere, per poter essere se stesso e potersi guardare allo specchio la mattina ed essere fiero di ciò che era diventato.

La sera, chiamò sua madre. La donna si faceva sentire ogni tanto. Suo padre, al contrario era assai incostante su questo piano. I suoi erano due signori anziani, della media borghesia cittadina.

Abitavano in una zona signorile in prossimità del centro cittadino come doveva essere in un tipo di famiglia che non poteva non essere “delle migliori”, in tutta o nonostante la sua medietà.

La scelta del figlio di diventare un impiegato pubblico alla fine fu accettata, anche se all’inizio soprattutto fu presa come una sorta di diserzione dai compiti e dai doveri dell’appartenenza familiare e di classe.

I suoi lo consideravano un po’ sognatore, poeta, un potenziale artista. Costui (poeta, artista o letterato che sia) per tutte le classi agiate o mediamente tali, che potremmo chiamare “dirigenti” è il “buffone di corte”, il “pazzo legittimato” dal potere dei soldi e del censo a rendere più vivibile l’esistenza di chi produce e crea ricchezza.

Di chi si sporca le mani nella dura lotta per la sopravvivenza, senza remore o falsi limiti morali.

Anche i suoi appartenevano a quella classe di pragmatici esecutori dell’ordine naturale delle cose ma nonostante avessero tentato in tutti i modi di plasmare il figlio ad essere a loro immagine e somiglianza, non ci riuscirono mai.

- Ciao Francesco, come stai? – esordì sua madre con un fare finto mieloso.

- …Bene, grazie. Voi? Tutto bene? – rispose, secondo linee già tracciate dall’esperienza.

- Si, io e papà siamo andati al pranzo organizzato dalla Camera di Commercio…siamo stati bene… – continuò lei. Era sempre lei a chiamare. Quando chiamava suo padre era sicuro lo avesse spinto lei. Disinteresse o discrezione? Disinteresse…

- …Sono contento, dai, così ve la potete passare…state un po’ in compagnia coi vostri amici e conoscenti… – era indubbio che la conversazione non gli interessasse proprio. Anzi, gli sembrava di sognare, si sentiva profondamente dissociato ma era ormai abituato a comportarsi così, per evitare polemiche e seguendo il vecchio motto per cui, un giorno è meglio lasciare questo mondo con un buon ricordo e senza inutili lotte o diverbi, senza guerre fratricide.

La conversazione scivolò via tra inviti a cena a casa dei suoi e rassicurazioni sulla salute di suo padre, col cuore un po’ affaticato dall’età.

Dai genitori non puoi divorziare. E’ lapalissiano.

Si ricordò di quando vide, a casa di sua madre, la foto di lei da giovane, coi suoi bei capelli scuri e mossi, un foulard colorato attorno al collo, una pelle luminosa e uno sguardo felice e sorridente. Pensò a come fossero terribili le fasi della vita.

Oggi non leggeva più quella felicità nei suoi occhi; non vi vedeva più quella voglia di scoperta e combattività.

Era duro constatare che le ferite della vita erano in grado di opprimere e deviare anche il più forte spirito umano. E come esse fossero in grado di incarognire anche la più bell’anima.

Umanizzare anche i propri genitori. A trent’anni era ormai dovuto. Capire che anche loro, come chiunque poteva sbagliare. Comprendere che ogni essere umano ha innumerevoli limiti ed è umano proprio per questo.

In fondo a quegli occhi impressionati su di una banale carta da sviluppo fotografico, scorgeva ancora quella fiamma di umanità, bellezza, profondità d’animo. L’inestinguibile sigillo dell’umanità.

Talvolta rifletteva su quanto fosse difficile uscire dai percorsi obbligati, dalle ripetitività degli errori, dagli alibi che a questo scopo ci si creava, per poter sbagliare e non ammettere a se stessi quanto si fosse piccoli e fallibili.

Raggiungere la felicità era impossibile e, forse, solo assecondando ciò che si era c’èera una possibilità di arrivare da qualche parte. Scegliere in base a razionalità non era una garanzia ma poteva essere motivo di dolore. Gli occhi di sua madre giovane gli dicevano questo mentre essi riflettevano attimi felici e si imponevano di farli durare il più a lungo possibile.

4.

Passarono, quasi inosservati, molti minuti, forse più di un’ora. Il suo cervello non s’acquietava, viveva di un’indomita volontà di pensare.

Qualche anno fa, quand’ero più giovane, senza tutte queste pene d’amore, senza le emozioni, senza la saturazione dell’angoscia e della fretta di vivere, forse – ecco – forse in quel momento avrei potuto creare con facilità un’opera totalmente astratta dalla vita; un’opera grande e perfetta, pulita e lucida, così grande e così fuori dal mondo, così inumana contro la troppa umanità dei miei trent’anni”.

La migliore età: trent’anni. Cominci a saturarti ma non sei rincitrullito, cominci a vivere, a sentirti dominatore della situazione contingente come della tua vita, in un susseguirsi di lucide scelte.

Le idiosincrasie della vita. Se ti rilassi riesci anche a conviverci bene, a gestirle con la dovuta furbizia, in tranquillità.

Rilassarsi. Rilassarsi non è facile, talvolta non è permesso. Se lavori e sopra di te hai qualcuno a cui render conto; se a casa hai qualcuno che ti fa rigare dritto.

A volte anche la solitudine non ti permette di distenderti.

Magari pensi al fatto che sei solo, che non stai concludendo nulla: che cosa stai facendo di buono?

O anche di cattivo: che stai facendo di cattivo? Nulla?

Neanche del Male con arte, sai fare!”

Tutti questi pensieri al limite del parossismo scossero Francesco in profondità: talvolta gli capitava di subire la febbrile attività della sua mente senza potervi porre ostacolo.

Era come se essa si potesse ergere di fronte a lui e dominarlo con le proprie, autonome ragioni; sembrava avesse un equilibrio da ristabilire bilanciando l’esistenza ufficiale che comunque le si imponeva nella vita mezza in catene che ogni essere umano, in fondo, patisce.

La sua mente vivace lasciò la presa.

La giornata era bella, il sole splendeva, si sentiva contento e pieno di vita. Lui voleva vivere e con tutte le proprie forze.

Si sentiva attaccato alla vita e i suoi giochi d’amore ne erano una evidente prova.

C’era qualcosa dentro di lui; chiamarla vita? O una…”forza”? C’era una potenza che diventava struggimento per ogni atto che coinvolgeva le persone ed in special modo coloro che gli erano più cari.

Era questa la cosiddetta “forza della vita”.

La sentiva in tutta la sua estensione e profondità. Uscì dall’appartamento e si spostò sul terrazzo; voleva vedere il sole, la luce tutta, godere della vitalità brulicante del mondo circostante.

Guardò intorno, digrignò leggermente i denti, si passò la mano destra fra i capelli…Passò quegli attimi cercando qualcosa attorno a se stesso.

Fu preso da un vorticoso fenomeno emozionale; la sua coscienza ne fu totalmente sconvolta e modificata.

Gli sembrava di essere ritornato fanciullo, con tutto ciò che ne consegue: deformazione delle emozioni per prima cosa.

Si sentì fanciullo in un corpo da adulto, si rivide bambino mentre riviveva quelle stesse emozioni dalla radice così lontana nel tempo.

Vide le stesse cose di 30 anni fa: la luce, contro le case, nel cielo.

Una luce accecante. I colori che vedeva erano nitidi, molto chiari e definiti.

Ci dev’essere qualcosa nel profondo di me, legato alla luce, ad una luce che inonda, fortissima” pensò Francesco. “Un’esperienza ad essa collegata, forse l’autocoscienza. Cioè la consapevolezza di essere vivo, di far parte di questo miracoloso e gratuito meccanismo: la vita dentro di me. “

Rivide, sentì la presenza dei suoi genitori quand’era bambino; ad essi era collegata la sua primordiale forma del sentire.

Da quella posizione partiva qualcosa: li rivedeva che lo guardavano, li sentiva parlare ma non distingueva che cosa dicessero.

L’emozione e lo struggimento stavano raggiungendo l’apice.

La luce è collegata alle emozioni, intraducibili e misteriose…come la vita” – pensò. Continuava a chiedersi cosa ci fosse stato nella sua vita, di collegato alla luce: “Ci dev’essere qualcosa nella mia passata, remota, profonda esperienza, che ha a che fare con la luce”.

Luce e scorrimento d’immagini; essa stimolava i ricordi e a retrocedere nella ricerca fino al punto, fatidico, dove la luce era tanta.

Poteva vedere episodi, sequenze della propria vita.

Gli balenò improvvisamente nella testa, l’ipotesi che potesse essere colpa della primavera se si sentiva così.

No, realizzò che non bastava la concomitanza della primavera.

Certo, bisogna esserne predisposti: non si è sempre a quel grado di sensibilità; lui ne era predisposto.

Spostò lo sguardo verso sinistra, in direzione della collina che saliva verso la periferia; si intravedevano degli alti, verdi alberi tra i palazzi. In quel momento passò, planando tra i tetti, un grosso gabbiano.

Era un’immagine magnifica: l’immagine della vita. Dava gioia e forza al tempo stesso, ma in essa vi era quel fatidico nesso con l’emotività che porta in sé una forma di struggimento.

Il sole, nel pomeriggio, era stato caldo; ora stava calando dietro le case.

C’era ancora un dolce tepore nell’aria che andava gradualmente ma lentamente scemando. Il vento lieve si faceva leggermente fresco, lambendo la faccia ancora colpita dal sole di Francesco.

In quella felice sintesi di emozione e contemplazione ci si poteva convincere che il mondo era bello e ancora declinabile poeticamente.

A Francesco venne persino il dubbio che fossero le persone ad essere ormai prive di tempo e voglia di farlo.

Visto da quella posizione, il mondo sembrava non essere tutto già visto, detto, raccontato e scontato come ogni giorno si continuava a ripetere.

I gabbiani continuavano a volteggiare sopra il balcone, rilasciando le loro ombre ondeggianti su Francesco e sulle inferriate verdi del balcone.

Questi grossi volatili apparivano orgogliosamente vivi. Tra qualche quarto d’ora, sarebbe calato il buio e tutto questo sarebbe stato rimandato a domani.

Il cielo è azzurro, quasi sereno, anche nel 2007, diamine!” – esclamò all’improvviso Francesco.

Immediatamente pensò che ad una fase della sua vita poteva sicuramente collegare questa luce: alle sue aspirazioni creatrici dei vent’anni. “Ma è solo una parte della strada intrapresa a ritroso” si precisò subito.

Ci doveva, però, essere di sicuro qualcosa che stava ancora più indietro, nel tempo e nello spazio: forse quando era venuto al mondo?

Non avrebbe potuto mai provarlo.

Nella vita aveva un nuovo compito: capire da dove veniva quell’emozione super-umana.

Essa era stata qualcosa di spontaneo, gratuito e senza ragione o doveva, forse, aspettarsi di trovare un nesso causale, un qualche cosa che la aveva scatenata?

Dunque la luce dei suoi primordi l’aveva formato, era rimasta latente in lui per anni e poi si era rifatta viva, strato imprescindibile che gli apparteneva.

5.

Tempo presente e tempo passato sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, e il tempo futuro contenuto nel tempo passato. Se il tempo tutto è eternamente presente il tempo tutto è irredimibile”

T. Eliot

Il pomeriggio stava trascorrendo e Francesco aveva voglia di passare un’ora spensierata, un’ora lieve. Un’ora nella quale poteva esse benevolmente distratto dai ricordi e dalle emozioni che lo accompagnavano quando non era preso da questioni pratiche.

I contrappunti che viveva andavano e venivano e se potevano avere una spiegazione ce l’avevano perché concernevano il tempo che scoprì essere discontinuo come la sequenza delle note di una melodia.

Il tempo trascorreva avanti e indietro come trasportato da crononi subatomici discreti quanto la trama della materia.

Alzò il telefono e chiamò il suo amico Edoardo, giovane uomo ben disposto alla chiacchiera e disponibile a frequentare amici o a fare nuove conoscenze.

Francesco non ragionava più in termini di affinità: nei rapporti interpersonali aveva cominciato ad apprezzare la coerenza dell’interlocutore, l’onestà di presentarsi per ciò che si è. Aveva capito che queste cose erano un valore.

Non sopportava più coloro che millantavano una superficie di onestà e grandezza; aveva scelto di andare oltre a tutte le dichiarazioni d’intenti per quanto belle fossero, convinto che nemmeno i buoni fossero più dalla parte del giusto.

Aveva portato a termine il suo personale processo di tra svalutazione di tutti i valori correnti.

Tutto ciò comportava dei rischi, il primo dei quali era quello di guardare le cose in faccia per quello che erano, senza infingimenti; anche quando queste cose ti avessero sputato in faccia la viltà di cui eri capace e complice.

Ad una bella bugia aveva cominciato a preferire un’orrida verità.

Edoardo arrivo sul luogo dell’appuntamento con dieci minuti di ritardo, come al solito.

I dieci minuti accademici di cui mai si era liberato, nonostante non frequentasse da un pezzo quelle istituzioni scolastiche dove ciò era costume consolidato.

Cosa c’era di più normale e banale di un bar per un incontro? Il bar, come il giornale, è quanto di più comune e prosaico ci sia.

Finché non ci entri davvero dentro, alla scoperta dell’incredibile materiale che anima le menti di chi lo frequenta più o meno abitualmente.

La giovane barista bionda che Francesco intravede dev’essere una che vive fino in fondo il dramma di ogni barista e finisce per diventare un pò psicologa degli avventori. Così avviene, e ogni individuo che passa lascia su di lei tracce della propria storia personale.

Fin qui sembra tutto nella norma. La cronaca dell’esistenza quotidiana della bella barista bionda non dev’essere poi così lontana dalla “banale” vita di tutti i giorni.

Una cronaca vera, e/o nera, che impercettibilmente finisce per sfociare in quella che sembra essere la nuova religione del mondo di oggi: l’edonismo.

Francesco, in un attimo di preveggenza, se la immaginava in abbigliamento sado-masochista. Così, giusto come doppia vita. Qualcuno sosteneva che il sadomasochismo poteva essere un’autentica e inedita forma di spiritualità, e poteva trasformare la sottomessa in padrona e il padrone in sottomesso. Una deformata e affascinante visione del mondo, un modo di ricercare la libertà.

Vieni, sediamoci qui” – disse Edoardo, con forza, in direzione di Francesco.

Va bene, ma ordiniamo subito qualcosa da mangiare che mi sento affamatissimo” – rispose, dando un cenno di stanchezza.

Si sedettero abbandonandosi sulle belle poltrone in stile anglosassone del pub alla moda nel centro città.

Bei tavolini in legno, intonati con le poltrone arabescate su tonalità rossastre, illuminazione tipica e soffusa, davano all’ambiente un chiaro gusto inglese.

La cameriera bionda attirò subito Francesco a cui vennero in mente molte ragioni per rattristarsi della sua vita privata senza presenza femminile.

Dopo un attimo di stallo, con la testa intenta a fantasticare sulla ragazza che stava passando davanti a lui, si riprese, mentre ormai lei era davanti a loro per prendere le ordinazioni.

Edoardo era il solito buontempone spensierato, dalla vita strana e sregolata: niente di particolare, a parte qualche spinello sperimentale in giovane età.

Ma quel suo attardarsi a diventare adulto, quel suo passare da una ragazza all’altra con la facilità di un’adolescente a trent’anni passati, sembravano a Francesco una provocazione che solo l’amicizia che sentiva poteva in qualche modo lenire.

Eppure Edoardo aveva tentato l’università, certo con risultati non molto buoni, con ritardi pazzeschi ed, oramai, irrecuperabili, ma era un ragazzo intelligente anche se non eccezionale: stava nella parte medio-alta della classifica – se una ce ne può essere – dei cervelli umani. Eppure… Non c’era bisogno di nessun eppure, le cose si spiegavano da sé: la vita era così; contraddittoria. E guai se non lo fosse stata.

Cosa prendi ? “ – chiese Edoardo, distogliendo definitivamente Francesco.

Ordinarono qualcosa da bere e da mangiare. Cominciarono a parlare come di solito facevano loro due: cominciavano cogli affari loro e finivano a parlare di filosofia.

Francesco prendeva in giro Edoardo per il suo continuo atteggiamento da scaricabarile, sia nella vita che con gli amici: segno di irresponsabilità gli diceva. Edoardo, dal canto suo, rimproverava a Francesco di non sapere da che parte stare, cioè:

Che vuoi fare, hai forse intenzione di mettere la testa a posto ?”. Oppure:

Vuoi continuare a fare una vita libera e avere le ragazze che il destino ti manda, oppure decidi di sposarti…così ti siedi, non solo metaforicamente, su di un bel divano, soddisfatto di aver raggiunto un traguardo ?”

Erano domande che indisponevano Francesco, proprio perché colpivano nel vivo; c’era, nelle parole di Edoardo, un fondo di verità. Dopotutto i tempi erano quelli, oggi le persone si sistemavano più tardi o, addirittura, non si sistemavano affatto. Bisognava accettare le cose com’erano, non c’era alternativa. A Francesco qualcosa suonava stonato, anche se, di base poteva ritenersi d’accordo. Eppure, alcuni suoi amici avevano finito per compiere il fatidico passo, cambiando totalmente il loro orizzonte esistenziale: oltre il matrimonio erano arrivati anche dei figli…

Così era successo a Paolo. Qual’era l’alternativa? Quella di ripetere all’infinito la sua esistenza da ragazzo non ancora uomo; magari intercalando le solite azioni agli acciacchi che sarebbero inevitabilmente comparsi da lì a pochi lustri?

Qualcosa non lo convinceva ed era esattamente la ripetizione fino alla nausea delle solite cose; ripetizione inframmezzata da piccole e costanti variazioni sul tema.

Una specie di incubo, ma credette di aver capito la ragione profonda del suo disgusto. Edoardo di fronte a questo non faceva una piega: lui di questa ripetizione (ossessiva) si nutriva.

Per lui la vita andava vissuta così: per se, con se, da se. Diceva che la sua libertà era preziosa e non l’avrebbe mai venduta ad un prezzo basso. Allora Francesco ci provava:

Ma tu come fai a fare la stessa vita che facevi a vent’anni?” – azzardava quasi provocatoriamente.

La vita va goduta senza eccessivi impegni e responsabilità limitanti” – rispondeva con boria.

Edoardo lavorava in Comune da non tanti anni; da situazione di comodo, per arrotondare l’esiguo reddito da studente, era divenuta poi stabile.

Fare l’impiegato al Comune non era molto gratificante ma gli dava qualche piccolo privilegio che tutto sommato lo faceva rimanere ben ancorato dove stava.

Ogni tanto facevano i confronti fra i loro rispettivi lavori: si accorsero ben presto che nessuno dei due poteva dire all’altro di essere un privilegiato.

Edoardo e Francesco si conoscevano da molti anni; era già un po’ di tempo che non uscivano tanto spesso la sera o durante il giorno, dopo il lavoro. Dopotutto l’acme del loro rapporto era stato raggiunto molti anni prima.

-“Cosa mi dici delle tue conquiste? “ abbozzò Francesco.

-“Mah, si, c’è una ragazza che frequento…” cominciò Edoardo. “…E’ molto carina, sai! Però è già fidanzata e questo crea dei problemi…li crea specialmente a me”

-“In che senso?” – Chiese incuriosito Francesco, provocando il suo amico in modo da ricevere una facile conferma alle sue, ormai consolidate, opinioni.

-“Nel senso che sono geloso… vorrei vincere questo scontro, in lontananza, con il suo fidanzato… vorrei essere io il capo della situazione…” – Rispose con aria pensierosa Edoardo.

Vorrei, vorrei; era chiaro che lui voleva farsi gli affari suoi a spese degli altri e dei loro sentimenti.

Insieme a questi pensieri, Francesco realizzò che anche quella sgualdrina che se la faceva con lui meritava una bella lezione dalla vita.

Era solo moralismo il suo? Non solo, l’equilibrio, anche in questo bordello di situazione, doveva esser raggiunto: una sgualdrina che se la faceva con Edoardo aveva comunque la sua medicina amara da inghiottire.

Pensando a questo, Francesco cominciò a guardarsi intorno, rapito dallo sguardo della cameriera allo stesso modo che dai colori vivaci delle tovaglie dei tavoli. Un senso di stanchezza lo invase; si ritrovò quasi a sbadigliare; tutto questo divenne vertigine in pochi attimi.

Si sentiva nauseato da tutto quello che gli stava intorno; era propriamente stanco di dover subire quel discorso che faceva parte di quella vita in mezzo a quella gente.

Si sentiva circondato da quel mondo e forzato a sopportarlo… a qualsiasi costo. Non trovava una via d’uscita a questo suo senso di nausea costretta, provocata ad arte da quella realtà così pervasiva ed infinitamente immodificabile.

Ehi, che hai sei stancò?” – lo burlò subito Edoardo con il suo solito ghigno disegnato sulle labbra.

No, no… no, figurati; stavo guardando tutta questa bella gente; le ragazze” – rispose Francesco, cercando di riportarsi velocemente nella realtà, in quella realtà.

Tu che combini di bello in questi ultimi tempi, eh?” – fece Edoardo.

Mah, si lavora, si esce, niente di esaltante… c’è una collega che mi incuriosisce tanto sul lavoro… “ – disse Francesco con tono lezioso.

Ah, ora si dice così: m’incuriosisce! Ma usa almeno i verbi giusti no? Su, dai parla chiaro”

E va bene…” – cedette Francesco, con rassegnata stanchezza; con la sensazione che il disinteresse e la mezza invenzione di quella storia che stava per raccontare all’amico, lo avrebbero rattristato ancor più.

Iniziò a raccontargli, allora, di questa collega, di chi fosse, inventandosi un interesse che non aveva, tanto era una di quelle donne prive di quel carattere e quella lealtà che a lui impressionavano tanto, laddove ci fossero stati.

Riuscì a sostenere l’arduo compito di un racconto comandato, mezzo falso, e in preda ad una vertigine mentale, tale da fargli desiderare di tornare presto a casa.

Finite le subdole chiacchiere coll’amico, lo invitò a pagare e ad uscire dal locale, visto che lui stava ormai soffocando dall’ansia e dalla nausea.

Uscirono.

Il buio rendeva le cose più intime; anche quelle poco importanti, come una non dichiarata nausea che l’amico non immaginava nemmeno.

Edoardo, come al solito, faceva il compagnone e, tra pacche sulle spalle e battutine ironiche, intanto accompagnava l’amico verso casa.

Francesco stava al gioco ma con difficoltà; non era proprio possibile sbellicarsi dalle risate per le superficiali osservazioni di Edoardo; non c’era proprio nulla di che ridere, eppure…

Il mondo gli pareva stretto, talmente stretto che si sentiva sudare immaginando la calca intorno a lui in uno spazio planetario così ristretto.

Avrebbe voluto cancellare tutto ciò che lo circondava; via, con un colpo di spugna.

Nulla meritava di salvarsi; cancellare tutto e ridisegnare un mondo intero. Edoardo parlava… a vanvera. Francesco rispondeva lentamente; sempre più lentamente, ormai fuori sincronia.

Aprì il frigo ed estrasse una bottiglia di succo d’arancia. L’incubo era finito; finalmente era arrivato a casa.

Si stava appena calmando, mentre ancora le scene di quella noiosa serata gli torturavano il cervello, che decise di sedersi un po’ in cucina a rallentare il corso dei suoi pensieri, rinfrescandosi con una buona bibita.

Oh, come si rese conto della diversità che esiste fra gli uomini in questa terra; fra uomo e uomo che la abita! Siamo molto, troppo diversi.

Per questo spesso è difficile comprendersi. Eppure l’educazione ti riporta subito alla realtà del contratto sociale che riguarda tutti; in povertà o ricchezza. Sono le cosiddette norme minime condivise.

Ci diamo dei limiti (nel senso che ce li hanno dati, sono preesistenti a noi e alle nostre decisioni) il più ampiamente riconosciuti in modo da poterci muovere nel mondo con delle regole prestabilite.

Così siamo sicuri di portare a casa qualcosa e salvarci le terga. Anche la serata appena trascorsa gli parlava di questo: delle convenzioni che avevano racchiuso le loro azioni e che, forse, racchiudevano ogni azione in generale. E dell’ipocrisia.

Addirittura dell’infamia dell’umanità.

Forse aveva ragione Baudelaire quando diceva in una sua mirabile poesia, introduttiva a I Fiori del Male, che se lo stupro, il delitto ed altre azioni sconsiderate non riuscivano a costituire la trama delle nostre esistenze, ciò era dovuto alla viltà delle nostre anime.

Perché stare sempre dentro alla rappresentazione di quest’opera nefanda: la vita sommersa dalle banalità delle azioni ormai conquistate al conformismo ineluttabile del “giorno dopo giorno”?

Quale scopo a tutto questo? Si rendeva conto che tutti questi pensieri pessimisti potevano portarlo al nichilismo ma capiva anche che la voglia di vivere in lui c’era ed era ben radicata.

Lui voleva vivere bene, con forza, con grandezza; voleva una vita che avesse un aspetto estetico. Si spostò in camera da letto; spossato com’era dall’aver indossato per tutto il giorno una stupida maschera che non gli apparteneva, si addormentò.

6.

Il mare, leggermente mosso, dava una sensazione di calma allo spirito irrequieto di Francesco. Si dice che il mare, nell’orografia di una località, contribuisca a dare quell’equilibrio di cui, non solo l’orografia, ma anche l’animo umano abbisogna: ed è vero!

Il riflesso del sole lo rendeva un’enorme tavola dorata ed accecante; gli occhi stentavano a reggerne la vista. Una sensazione di calore invadeva Francesco, nonostante fosse un’ora vicina al tramonto.

La vista del mare, dalla notte dei tempi, facilitava la riflessione. Quanti filosofi (ma ogni uomo è un filosofo, per quanto minore!) si erano appostati ai suoi lati o su di un’altura che lo sovrastava o, ancora, sulle sue sponde edificate per ammirarlo e ricavarne qualche segno premonitore, qualche indizio da interpretare, una giusta atmosfera di tranquilla riflessione? Quanti? L’umanità è attratta dal mare; è aiutata dal mare per sopravvivere, giorno per giorno, nella lotta per la vita.

I cromatismi di inizio tramonto si fondevano con la grande distesa d’acqua, formando nuove tonalità. Una nuova terapia dei colori veniva conosciuta dal fortunato Francesco; una nuova possibilità terapeutica a tutti i dolori e le distonie psicologiche era offerta là ed in quel preciso momento a lui, senza intermediario alcuno.

Si sentiva nel mondo, cosa per lui non tanto frequente. Era in sintonia con tutto, suo malgrado.

Non stava pensando a Claudia o alla lettera che le aveva mandato. Non pensava all’amore, al sano risentimento verso quelle donne che non l’avevano voluto: sapeva benissimo che se fosse successo il contrario, loro gliel’avrebbero fatta pagare salatissimamente. Non si può rifiutare una donna, soprattutto se bella. E’ un atto che un uomo, qualsiasi egli sia, non si può permettere assolutamente!

E’ una lezione che un maschio deve apprendere velocemente se non vuole rimanere seppellito sotto le macerie della sua incapacità analitica. E non solo; si tratta pure di scarsa sensibilità. Non ci si può, infatti, non accorgere del nemico che ti vuol fare la festa. E’ un errore inammissibile.

Chi non sapeva cavarsela con l’altro sesso di solito diventava uno sfigato o un uomo oggetto che poi è un altro modo di essere sfigati. Ne aveva conosciuto uno: Mauro. Lui non diceva mai di no. Perché ne era lusingato?

Francesco non ci credeva. Pensava, invece, che diceva sempre di si per non doversi scontrare con una donna. Era più facile lasciarla fare. E poi nascondere tutto alla moglie. Lui era il perfetto uomo-oggetto. Nonché fedifrago. Non riusciva a confrontarsi, seriamente, con forza, prendendosi le su responsabilità. E pagarne il prezzo.

Francesco era anche un amante della musica. Aveva le sue preferenze, tra cui Orff. Si decise ad ascoltare un po’ di musica, in salotto. Le emozioni lo scuotevano, avevano bisogno di uscire, di rivelarsi. Qualcosa che era più della musica scalciava dentro di lui. Seduto sulla poltrona stava ascoltando i Carmina Burana.

Cercava il contatto con quell’armonia; voleva esprimere i sentimenti e le sensazioni più intime. La musica riempiva le pareti della stanza con ondate di speranza. Di nota in nota, egli attendeva il suono che colmasse il suo dichiarato bisogno.

Il passo In trutina lo scosse profondamente, quasi alle lacrime. La cantante, possedeva una voce in grado di lacerare il tessuto spazio-temporale, evocando le emozioni più recondite. Quel passo parlava di lui; parlava a lui.

Nell’incerto equilibrio della mente mia

impudico amore e modestia

si scontrano in onde di marea.

Ma scelgo ciò che vedo,

e sottometto il collo al giogo;

a quel gioco soave io cedo”.

Si: sentiva di essere in dubbio; sentiva di vivere nell’incertezza, nella indecisione di fondo che è spesso la condizione di una coscienza troppo lucida. Scorrevano le note sparse dagli strumenti che accompagnavano quella voce. Calma era la constatazione di non sapere. Calma era la consapevolezza di non poter essere onnisciente e perciò immortale.

Dolce era il dubbio ed il fluttuare incerto della mente. Cercava nella musica e nella linea melodica di quella soave voce, la spiegazione del precario equilibrio delle cose e del proprio essere.

Prestava attenzione a quella voce e al contrappunto dei fiati e non poteva non ammettere la struggente nostalgia del tempo in cui aveva tutta la vita davanti. Nostalgia dell’inizio di tutto che sapeva non sarebbe più tornato. Di quando aveva tutte le strade da percorrere.

Avvertiva uno struggimento fortissimo; ciò che scalciava in lui non era mai sottomesso.

Dolce era la sottomissione a quelle leggi del mondo che dimostravano tutta la piccolezza di ogni singolo essere umano. Ancora una volta aveva provato a se stesso che era vivo, che provava delle emozioni. Ripensò a ciò che gli era successo appena un paio di giorni prima, aiutato dal proseguire dei movimenti della musica. Ogni ricordo strappava una pagina del libro della sua vita.

Si: aveva dei dubbi su di se, su tutto. Ma dopotutto…”il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno”.

7.

Era successo. S’era fatto coinvolgere ma non era nulla di così grave o irreparabile. Francesco, durante un incontro con un suo amico all’Università, s’era fatto avvicinare da un militante d’un partito politico, aveva scambiato due parole con lui, era rimasto, per così dire, stimolato dalla discussione avuta e aveva ricevuto ed accettato l’invito per la conferenza che un personaggio famoso di quell’organizzazione avrebbe tenuto qualche giorno più tardi.

Vista dall’esterno sembrava una ricaduta: per chi lo conosceva, s’intende. Erano mesi che non passava all’Università a trovare il suo amico studente, fuori-corso, fuori-tutto e guarda un po’ te che combinazione! Francesco sentiva ancora una piccola fiammella che ardeva dentro di lui, sperava ancora in qualche cosa e quel qualcosa era il raggiungimento di un’armonia col mondo che per lui, forse ahilui!, passava attraverso un attivismo della persona, un suo impegno esistenziale.

Nonostante tutte le bastonate prese dalla vita, anche in quella politica, una piccola ma chiara voglia di fare esisteva ancora, non era affatto sopita del tutto.

E poi era curioso, nonostante tutto. C’era ancora la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo, una possibilità di fare e costruire qualcosa di autentico. Voleva capire se una speranza poteva esserci, se l’umanità poteva migliorare. Era un po’ troppo esigente, però. In cuor suo sperava che l’umanità intera potesse migliorare “qui e ora”. Pia e infantile illusione.

Va bene, ci si vede giovedì sera”. Francesco si congedò da quel militante con queste parole, incontrò il suo amico ma nonostante le cordialità, le battute e i racconti della serata, il suo pensiero più d’una volta corse a quel colloquio ed a quella faccia.

Prima di coricarsi uscì per qualche minuto nel poggiolo per rinfrescarsi le idee e guardandosi intorno sentì con forza un sentimento di gioia e si accorse di essere colmo di voglia di fare: tutto cominciò ad apparirgli più chiaro.

Era un problema di DNA! Si, gliel’aveva detto il suo amico avvocato.

- “Sai…” – gli disse qualche giorno prima questo settantenne ancora gagliardo – “…è una questione istintiva, quella di aiutare una persona che cade per terra…quella di porgergli la propria mano…a me, per esempio, viene naturale…”.

Parole chiare, sagge.

Si; Francesco sentiva ancora questa speranza. La speranza di porgere la mano a qualcuno e sentirsi importante per se e gli altri. Il DNA plasmava anche il carattere della persona…al di là di ogni lettura scientifica che aveva fatto, era stato proprio il suo vecchio amico avvocato a convincerlo di ciò.

Chissà quanto ne sanno veramente gli uomini di queste cose? Chissà se sono veramente in grado di decodificare i misteri della vita e del mondo?

Chissà se i codici…umani con cui decidono di decodificare altri codici (ad esempio quello della natura) è veramente una risposta ai loro quesiti?

Forse è l’unica risposta. Così ci dicono. Ma lui aveva paura che essi non fossero altro che un ulteriore codice a tradurre quello precedente che – a conti fatti – necessitasse a sua volta di una decifrazione. Temeva che non si potesse conoscere veramente una cosa, il mistero che la presupponeva.

Entrare veramente nell’elica del DNA o riuscire a pesare fisicamente e ad analizzare chimicamente le sinapsi del cervello non era sicuro potesse rispondere alle domande più profonde, quelle di senso.

La gratuità del senso. La razionalità con cui egli stava analizzando tutte queste possibilità, era l’unica strada per darsi una spiegazione ma anche la fine di tutte le strade, nel medesimo tempo. La gratuità del senso: che senso poteva avere la fiammella che sentiva ardere ancora in lui?

Una parte di lui rifiutava qualsiasi spiegazione razionale. Avrebbe forse dovuto decidersi ad aprire la porta concettuale rimasta sbarrata per molto tempo nella sua mente ed ammettere che spirito e materia erano tutt’uno, mai separati ed entrambi parte allo stesso titolo dei fenomeni sensibili dell’universo.

Aprendo quella porta, doveva ammetterlo, avrebbe finito di porsi ulteriori domande che gradualmente sentiva sempre più assurde, incalzanti e senza una risposta definitiva.

Non intendeva – comunque – salvare il mondo o salvare se stesso. Voleva entrambe le cose, si…certo; entrambe. Anche se in realtà (e lo ammetteva egli stesso) la bilancia della sua convinzione personale sull’argomento pendeva dalla parte dell’auto-conservazione.

Egli cercava – in definitiva – di uscire dall’impasse di non provare più una vera passione per nulla. Se la fiammella ardeva, significava che una speranza c’era. Per lui, per tutti. No: prima di tutto per lui, doveva ammetterlo. E senza tante perifrasi.

Per salvare il mondo avrebbe prima dovuto salvare se stesso. Avrebbe così finalmente partecipato, avrebbe avuto delle gratificazioni attraverso il riconoscimento dell’altro, avrebbe finalmente sublimato le proprie idiosincrasie in qualcosa di utile.

Avrebbe dato corso alla sua alchimia dello spirito, attività nella quale molti gli riconoscevano di eccellere. Lui riusciva – come un moderno Cagliostro – a tramutare il limite in opportunità, le contraddizioni in sintesi. Il male in bene: riusciva a trarre delle cose positive anche dai propri errori. Era una dote da non sottovalutare.

Anche ora, di fronte ai suoi limiti – come quello di essere svuotato di passioni – avrebbe potuto dimostrare di poter superare alla grande questo ostacolo.

8.

Non credere non significa negare il

grande mistero del’esistenza”

Alma Morpurgo

Io intendo – deliberatamente – abbassare il livello di consapevolezza e civiltà di questo mondo. Proprio così sembra ragioni l’uomo medio rispetto a ciò che viene vissuto come mondo esterno. Non occorre essere istruiti, intelligenti, consapevoli per vivere; tutt’altro: per lo più si vive meglio e comunque, nel non esserlo. Vedo un contagio infinito, incontenibile ed incontrastabile della coscienza collettiva ed un suo esser spinta verso il basso nei comportamenti, nei rapporti umani, nell’educazione, nella cultura, tutti in vorticoso avvitamento verso uno sviluppo senzaprogresso che è un baratro di disumanità. Il primo imputato è il Moloch sociale che ci blocca in tutto e ci corrompe ormai senza limite alcuno. In questo contesto solo la resistenza individuale fatta di piccole costruzioni e di limiti morali, pone un freno – ed un riferimento – all’assenza del polo collettivo di attrazione. Solo sul piano individuale – in quest’ora – è possibile vivere la passione per la vita intesa come amore”.

Queste furono le parole dell’uomo. Nell’udirle Francesco ne fu come scosso. Lo sguardo di quell’uomo lo inquietava e i ricordi gli passarono nella mente, frenetici.

Innumerevoli cortei, bandiere rosse, persone sui davanzali lungo i percorsi delle folle in festa, coi pugni chiusi a mo’ di saluto per quelli che passavano.

L’emozione che quei pensieri gli procuravano passava attraverso la riscoperta dell’antica passione e disciplina etica. Si vedeva ormai adulto, ricordando le moltitudini drappeggiate di rosso, gli slogans scanditi coi suoi compagni….

Il popolo che aveva visto da piccolo, un popolo che ormai nessuno più conosceva; un popolo di vestiti grigi e di fattura grezza, di cravatte scure ad ornare quelle facce di operai, garzoni, domestiche con gli abiti della festa, tutti accompagnati dalle loro famiglie.

Gli ritornò alla mente quel giorno che sfilò tutta quella gente per commemorare la morte di Vittorio Vidali, lo stalinista.

E lui, giovanissimo, ai lati della strada; quel lungo serpentone, quella forza che lui sapeva essere la forza degli oppressi, che sfilava innanzi ai suoi occhi.

Gli stalinisti che lui avrebbe poi imparato ad odiare come dei traditori in nome di un ideale più puro, sapevano occupare la piazza; ne erano padroni. I tempi sarebbero cambiati…ormai è troppo facile dirlo.

Esser cresciuto, aver lottato, aver rischiato la reputazione per quella bandiera rossa, depurata da ogni contaminazione, lo aveva costruito e modellato una volta per tutte.

Quelle emozioni tornavano ora a stringergli con forza il cuore e a dare un senso a quegli attimi, a quella serata e forse all’indomani mattina; chissà!

La sua generazione era quella degli epigoni dei sessantottini; i loro fratelli minori e privi della piazza. Talvolta ne avrebbero scimmiottato gli atteggiamenti; altre volte avrebbero emulato dei capi di natura opposta, più partitisti e meno movimentisti.

L’uomo che aveva di fronte parlava chiaro. Il suo linguaggio era cristallino e non lasciava spazio ad alcun dubbio.

Tutto ciò lasciava trapelare, senza freno alcuno, un interesse verso l’Uomo, una nuova visione sua e del suo rapporto verso la società, verso i suoi consimili.

L’umanesimo di cui quell’uomo si faceva profeta era sostanza intellettuale fortemente stimolante per Francesco che a quelle parole sentiva il suo animo muoversi, uscire dai binari imposti dal conformismo comportamentale imperante.

Si sentiva chiamato; nessuno aveva pronunciato il suo nome ma lo spirito romantico di Francesco reagiva come se lo avessero fatto: viveva già in un assoluto in cui emozione, pensiero ed azione erano un tutt’uno, un unico singolare organismo che si muoveva verso un obiettivo di creazione.

La creazione divina: chiunque vivendo quella dimensione di assoluto, avrebbe capito e concepito la Creazione, ciascuno di noi avrebbe potuto essere il creatore.

Solo un uomo che avesse vissuto l’assoluto, un uomo che avesse visto la luce (ecco le parole magiche), poteva attribuire a Dio la capacità di creare. Una capacità che a quell’uomo era di già conosciuta. Il Dio proiettato dall’uomo pieno di emozioni: questo concetto lo possono comprendere solo i posseduti dall’assoluto.

La sua estraniazione lo portava fuori da quel contesto, verso i luoghi e i mondi colorati e positivi della sua fantasia. Si sentiva chiamato a fare qualcosa, ad agire di un’azione creatrice, divina. Questo, all’apparenza, monolitico sentimento, in realtà, era assai composito.

Egli viveva tutte le tonalità del sentire romantico ma in un modo tutt’altro che passivo e perdente.

Dentro di lui vi era la coscienza del rimpianto per una precedente sconfitta mai vendicata; vi era il suo mondo infantile in cui i redentori di tutti i mali terreni portavano delle gloriose e purissime bandiere rosse; vi era il ricordo degli operai che aveva visto affidare qualcosa di più che una semplice speranza al partito della falce e martello; in tutto questo affollarsi di struggenti ricordi poteva rivedere quegli operai tornare a casa dal lavoro coi loro completi grigi e le borse degli attrezzi.

A questa – come ad altre immagini – aveva associato tutto il proprio universo psicologico e morale, in grado di far vibrare le corde della sua illimitata sensibilità; fragile e da fanciullo mai vinto nella sua fresca, verdissima età.

Francesco guardava le facce degli astanti che, al suo pari, avevano deciso di passare là quella serata. Non vedeva facce particolarmente emozionate dalle parole dell’oratore; non carpiva espressioni di fascinazione nei loro occhi, peraltro – a sua esclusiva considerazione – non trapelanti particolari interessi o velleità.

La conferenza era terminata; alcuni ragazzi, sicuramente degli studenti, stavano ponendo simpaticamente dei quesiti all’oratore che rispondeva (da quello che poteva – a distanza – osservare) con pacatezza e pazienza. In quegli istanti Francesco rivide tutta la sua storia politica; i suoi diciott’anni a Padova, l’incontro con altri giovani.

Il bel ricordo dell’amicizia con Stefano: egli possedeva un carattere estremamente sensibile e la sua ricerca di un senso nella vita che conduceva, lo faceva apparire come un instancabile cercatore di un paradiso dell’esistenza difficilmente concepibile, sempre contraddittorio ed in continua evoluzione. Una persona estremamente volubile: questo era Stefano.

Anche da lui era stato formato: dal suo modo di essere, dal suo porre continuamente delle questioni. Per Francesco era stato come un fratello particolarmente stimolante.

Era stato formato sia per apprendimento che per critica, a volte spietata. Lo scorrere dei ricordi arrivò fino alle prime delusioni, alla triste constatazione dell’inettitudine di chi si proclamava unico rivoluzionario mentre in realtà non era altro che un ipocrita pusillanime che usava il settarismo intellettuale per imporre il proprio comando su basi moralistiche ad un modesto gruppo di giovani inetti.

Quei ragazzi non potevano saperlo e non potevano nemmeno capirlo; forse non erano nemmeno minimamente intenzionati a nessun impegno e mai e poi mai avrebbero messo in gioco la loro stessa vita. Già; le facce esprimevano interesse ma non un rapimento da affermare con cieca abnegazione. Non c’era pericolo, dunque. Non avrebbero rischiato più di tanto.

Dunque si stava nuovamente disilludendo ancora prima di essersi illuso?

Donne, politica, lavoro, amicizia…cos’era che funzionava e lo gratificava veramente?

C’era qualcosa che lo rendeva felice, che gli facesse capire che stava vivendo qualcosa di autentico?

Già iniziava a manifestare i primi, nuovi dubbi, mentre le emozioni del momento iniziale si scioglievano come neve al sole.

9.

Ciò che avrebbe potuto essere è un’astrazione che rimane una perpetua possibilità solo in un mondo ipotetico. Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato puntano a un solo fine, che è sempre presente”

T.Eliot


« Vedi, figliolo, stiamo ripercorrendo a ritroso il percorso della storia, venendo in contatto con popolazioni lontane che credono ancora fermamente in un Dio, di cui hanno gran bisogno e, perciò, gran timore. Non hanno conosciuto l’Illuminismo e la separazione definitiva tra Stato e Chiesa. Vivono in un’epoca differente e lontana, addirittura arcaica. E noi ci stiamo movendo in un altrove che è l’altro ieri: un altrieri molto simile al loro mondo arcaico. Vedi, coloro che avevano lottato per una rinascita completa dell’Occidente, il superamento delle sue anguste contraddizioni, di modo che la convenienza per un vivere più giusto e prospero avesse tolto completamente la volontà di rimanere nel passato, in realtà non hanno ottenuto che una vittoria di Pirro e noi ne paghiamo le conseguenze. Il nostro degrado è figlio di quel mancato ricambio. Il treno è stato perso del tutto. Capisci ora ciò che intendo?”

Allora, tutto ciò aveva una spiegazione plausibile. Discutere con quell’uomo aveva portato a qualcosa di buono, ad una acquisizione di coscienza.

Dunque lo scorrere del tempo non disegnava una linea retta, tendente alla città del sole. Il tempo, dunque, non era una accumulazione di fatti che – per intrinseca potenza – avrebbero generato il bene del mondo e degli uomini.

Il progresso non era attribuibile a tutti i fatti accaduti tra ieri e oggi. Esso, per come ci veniva venduto, era una balla.

Il tema del progresso, congiunto a quello di capire a che punto fosse il mondo a lui contemporaneo, prendeva valore attraverso le deduzioni e contro-deduzioni che operava sull’argomento.

Gli venne il dubbio che poi si tramutò in certezza, che la sua cultura fosse permeata da quell’ afflato giudaico-cristiano capace di vedere il cambiamento, il giorno “della venuta”, a cui si tendeva da sempre in un percorso lineare, eternamente attivo.

Lui laico, aveva creduto in un “regno dei cieli” come ci credevano i religiosi. Lui era stato un uomo di fede, pervaso di fideismo allo stesso modo degli altri, anche se il codice col quale spiegava la sua fede, prevedeva altre serie descrittive.

Ma pur sempre di fede e di sublimazione nell’abnegazione.

Una volta infranto questo sogno, non rimanevano che i cossi, piccoli pezzi del grande specchio, in grado di riflettere solo una parte della realtà.

- Ma allora, com’è l’uomo di oggi? – Chiese Francesco.

- Potenzialmente l’uomo è uguale a se stesso… negli ultimi millenni. – L’uomo fece ancora una pausa.

- L’uomo è sempre in compagnia dei propri limiti e delle proprie grandezze. Ciò che è cambiato nel corso dei secoli è il modo di realizzare le relazioni sociali fra gli uomini e le risposte che essi hanno dato a queste esigenze. – Continuò, scuotendo la testa a fine periodo.

- Queste risposte, è inevitabile, hanno generato dei tipi antropologici. Oggi, il tipo antropologico che hai dinnanzi agli occhi è deprivato di quella cultura, di quei principi che hanno accompagnato la storia umana per secoli. – Aggiunse.

- Siamo in un periodo nuovo, per certi versi sconosciuto. Quando avremo le idee chiare su questo nuovo mondo, vorrà dire che ci saremo già dentro fino al collo. Vedi alla televisione quella gente che vive attraverso i mezzi di comunicazione di massa che sono un enorme contenitore dove nulla conta ma dal quale si estrae, di volta in volta, ciò che più fa comodo, usandolo a discapito della nostra coscienza collettiva?

Le vedete quelle persone che si adagiano nel sistema in cambio di un po’ di notorietà e finta visibilità?

Ebbene; sono un tipo umano nuovo anche se in continuità con coloro che al culmine dell’industrialismo lavorarono nei campi di concentramento, perché gli era stato ordinato o non avevano il coraggio di disubbidire o tacevano in virtù della più grande razione di cibo che ricevevano in cambio –

Erano parole che illuminavano gli angoli bui della coscienza di Francesco che non aveva dubbi sulla giustezza di quanto gli stava dicendo l’anziano interlocutore.

Le parole dell’uomo erano rivelatrici, nella misura in cui Francesco aveva tenuto le sue certezze al livello di latenza.

Dunque, dai rapporti con le colleghe alla lettera che aveva scritto a Claudia; dalla ricerca di un perno attorno al quale centrare la propria personalità irrequieta alla rivelazione di cui era stato testimone quella sera, vi era un denominatore comune che spiegava le sue sensazioni e le sue necessità spirituali.

Francesco era una sorta di reietto sociale: tutti i dubbi, le angosce, le insoddisfazioni che provava erano il prodotto dell’esclusione antropologica di cui era stato vittima.

Egli non era un uomo attuale, veniva dal passato, col passato non intendeva tagliare i ponti.

Si appigliava agli strumenti culturali che lo avevano formato 30 anni fa. Trent’anni che sembravano un’era geologica.

Egli non era un uomo al passo coi tempi e l’emarginazione gli veniva fatta espiare attraverso il suo sistematico disadattamento rispetto ai canoni e alle regole correnti.

Era un outsider. Il marchio non gliel’avevano stampato sul braccio…come si sarebbe usato una volta.

Gliel’avevano semplicemente impresso, per sottrazione, nella mente. La sottrazione di un intero ambiente culturale sostituito dalla modernità sterilizzata ed ipertecnologica.

Per sottrazione e successiva assimilazione a cui lui, come un solitario soldato giapponese nella giungla, aveva resistito.

10.

Francesco, indubbiamente, era un uomo complesso. Ma non astruso. Le sue domande erano fondate, forse soprattutto per se stesso, per il suo orizzonte esistenziale.

Ma la validità delle risposte che uno come lui poteva dare avevano un valore universale. Tutti noi ci poniamo delle domande, almeno una volta nella vita. Usualmente più spesso.

A 16 anni, in seguito ad un fallimento scolastico, era iniziato per lui un periodo di crisi. Aveva cominciato ad interessarsi di filosofia.

Visto il suo stato d’animo, il primo approccio fu con il pessimismo. A quell’età lesse “Il mondo come volontà e rappresentazione” di Schopenhauer. Gli si aprì un mondo davanti agli occhi. Aveva un modo per decodificare il male che lo circondava ma anche l’ignavia del prossimo, la violenza che vedeva a fior di pelle in questo mondo che a parole vuole essere normale ma che non esita un attimo ad emarginare e a liberarsi di chi non obbedisce alle sue regole.

Aveva capito che il pessimismo e la rivolta individuale contro il prossimo, cagionata dalla sua diffidenza verso tutti, erano un’arma di autodifesa e un modo per misurare le proprie forze. Un modo per mettersi alla prova.

Quella lettura lo accompagnò per tutta la vita, anche se fu eclissata da impegni politici ed umani di diverso segno.

La lettura di quel testo non lo abbandonò mai veramente, dandogli – quando mancava un altro sistema di decrittazione – gli strumenti per capire ciò che viveva.

Capire, comprendere nel profondo: questo era ciò che cercava, ciò che voleva al di sopra di ogni altra cosa.

Chissà se era veramente possibile, conoscere le cose fino in fondo, in tutta la loro essenza….

Ultimamente dei dubbi gli erano sorti: forse non sarebbe mai riuscito ad avere delle risposte soddisfacenti.

Era accaduto un’estate, una calda estate, e le sue tante domande si erano rivolte nella direzione dei libri, un concentrato di sapere.

Un amico di famiglia che aveva un fratello libraio, fece il resto.

Passò una parte dell’estate al mare con degli amici, di cui uno veramente pazzo a tessere impossibili collegamenti tra pensiero filosofico ed azioni quotidiane, tra tette e culi al mare e senso pregnante della vita. Almeno furono delle settimane divertenti.

Ebbe la sua iniziazione letteraria immedesimandosi in ciò che affermava Schopenhauer. La sua evoluzione poi sarebbe stata diversa. Passò dal pessimismo diciamo così “cosmico” ad una fase di ottimismo che lui stesso definì vitalistico: scoprì Marx. Pensava di poter cambiare il mondo. Venne il tempo della politica.

Ma il mondo non cambiò mentre fu lui a cambiare. Ancora una volta il mondo cambiò l’uomo.

Le sue scelte, anche nel campo della politica, si accorse che le faceva in relazione ai periodi in cui era dominante un particolare stato d’animo.

Ottimismo o pessimismo, felicità o tristezza, le onde lunghe di questi sentimenti lo inducevano a vivere sia privatamente che pubblicamente il suo stato d’animo, sublimandolo in un certo tipo di impegno, di volta in volta differente.

Si scoprì emotivo. La razionalità c’era, esisteva, faceva il suo corso, dettava i suoi comandamenti ma non era mai padrona della situazione. C’era un fondo, più importante, che a lui sembrava via via fondamentale, il mondo delle emozioni e la possibilità di capire il mondo attraverso di esse.

Era successa, anni prima, una cosa – chiamiamola – strana. Aveva conosciuto dei ragazzi musulmani. Era così forte la sua voglia di stimoli che iniziò a frequentarli. Usi e costumi diversi non fecero altro che spiegargli chi fosse, e alla fine rafforzò la propria identità in tutti i lati della sua personalità. Il confronto gli servì a spiegare meglio a se stesso chi fosse.

Si accorse di quanta distanza ci fosse tra le realtà umane, declinabili in così tanti modi da far meravigliare anche il più cinico degli uomini.

Uomini che venivano da una altra realtà, da un mondo parallelo che non era nulla di fantascientifico ma era ben visibile accanto a noi, sui marciapiedi delle nostre strade, nei volti, nelle parlate, nelle movenze di queste persone che per comodità chiamavamo stranieri.

Riuscì a capire che questi uomini erano in grado di capire sentendo e non solo ragionando e cercò una spiegazione a questa novità.

La spiegazione l’aveva trovata nel fatto che noi avevamo estromesso la sensibilità dal nostro mondo, perché se devi far di conto e scegliere ciò che ti conviene, essa è un ostacolo. Un tremendo ostacolo al mondo maturo e calcolatore di cui facciamo parte.

In ciò che sentiva, nel suo stato di emarginazione travestito da individualismo, nel suo disprezzo verso le ciniche convenzioni del suo mondo, era simile a loro, a questi uomini di religione si diversa ma con molti punti in comune con la nostra.

Uomini che credevano nella magia in un mondo che non credeva più a niente.

Nella sua condizione di outsider non poteva non sentirsi vicino a questi altri emarginati, avvicinarsi in qualche maniera alla loro alterità. Esserne partecipe.

Parlarci, vivere assieme i problemi, aiutarsi a vicenda, erano stati degli atti fondamentali.

Capire che essi non si ponevano problemi insormontabili, non volevano svelare il mondo, leggerlo in tutte le sue pieghe: no, per questo c’era Dio.

Era lui a conoscere e a sapere tutto. Era lui ad occuparsi di queste cose, mentre all’uomo rimaneva il compito di vivere. Non quello di farsi domande.

L’uomo doveva vivere. La vita veniva prima delle complicazioni. La vita era più importante di qualsiasi altra cosa.

Ma col tempo si accorse di quanto egli fosse diverso in profondità. Egli non poteva credere ed abbandonarsi a ciò a cui credevano e si abbandonavano quegli uomini.

Egli era troppo razionale per essere come loro ed essi non erano felici attraverso la razionalità che consideravano una pesante catena che portava l’uomo a perdersi.

11.

- “Buongiorno carissime” – esordì Francesco.

Era riuscito a raggiungere il posto di lavoro dopo aver preso rocambolescamente l’autobus. Si chiedeva spesso – in realtà – come funzionassero gli orari dei mezzi pubblici. C’era sempre la possibilità di un disguido nell’orario, non solo come possibile ritardo ma anche come frequente probabile anticipo.

Dipendeva molto da chi stava alla guida: il giovane impetuoso oppure il posapiano che faceva scorrere il tempo.

Salutò le colleghe con un sorriso raggiante, impegnate entrambe al telefono. Col pensiero stava ancora sull’autobus che s’era bloccato ad attendere che due TIR davanti alla Stazione ferroviaria facessero manovra per imboccare la via del Porto per poi imbarcarsi sulla nave-container che li attendeva.

Si ricordava il numero di targa di entrambe.

Gli tornava utile come esercizio mnemonico: I-29369-CK il primo e A-56499-FY il secondo, entrambi con la “TR” a lato del codice alfanumerico. Era un amante degli enigmi e delle sciarade.

Perciò si sbizzarriva a trovare un significato ai numeri in se e alle loro combinazioni. A sommarli, raddoppiarli, a trovare la risultante complessiva, presi separatamente, uno alla volta: 29369 = 29 = 11 = 2.

Un’algebra personale, per trovare il significato ultimo delle cose. Le sue colleghe – intanto – intente a parlare, lo stavano guardando e gli sorridevano. Non erano più arrabbiate per il giorno prima.

Ottimo, poteva considerare il fatto come assodato.

Se la risultante della prima targa che aveva visto stamane era il numero 2, poteva essere contento: due come le sue colleghe. C’era un collegamento, dunque.

Tutto questo un senso ce l’aveva.

E il CK della prima targa? Poteva significare qualcosa in più rispetto alla codifica per la registrazione dell’automezzo?

Aveva voglia e bisogno di un po’ di riposo. Avrebbe chiesto qualche giorno di ferie, giusto pochi giorni. La seconda targa dava come risultante il numero 6. Un numero perfetto.

Una delle due ragazze finì di telefonare.

-“Ciao…ti vedo bene, oggi”- disse.

-“Si, certo. Mi vedi bene perché sto bene.”-

Nel frattempo anche l’altra ragazza finì di parlare al telefono.

-“E’ l’ora del caffè…”- disse ad alta voce, chiamando a raccolta gli altri due.

Il rito del caffè veniva celebrato ogni mattina tra le 9 e le 10. A fianco dei servizi, lungo il corridoio, avevano ricavato un angolino dove c’era una presa di corrente e vi avevano apprestato un baldacchino per il fornelletto elettrico.

La miscela di caffè se la portavano da casa , insieme a qualche pasticcino o biscotto, tanto da rendere più interessante e completo il rito.

-“Secondo voi è possibile la Smorfia…intendo il gioco dei numeri abbinati ai sogni…nella nostra città?”- chiese Francesco rivolgendosi alle due ragazze.

-“Che…..?” – lo squadrarono allibite le sue colleghe.

-“Ma si, la Smorfia, i numeri abbinati ai sogni che poi si giocano al Lotto, no?”- aggiunse Francesco.

-“Aaahhhh, adesso abbiamo capito…” – .

-“Perché no?, dopotutto anche qui è molto diffuso il gioco del lotto”-

-“Si, ma intendo…cioè voglio dire: fa parte della nostra cultura?”-

-“Vabbé, non addentriamoci in discorsi sociologici, eh!”-

-“Ma non intendo mica parlare delle figure che ci vivono intorno…mica parlo di chi ci vive, ci guadagna….cioè, voglio dire, i numeri possono aiutare ad interpretare la vità? Forse solo chi soffre, non necessariamente sul lato economico o di una malattia ma chi fatica a vivere nel quotidiano, può capire e decifrare i numeri di cui si compone il mondo….”-

-“I numeri di cui si compone il mondo? Senti…è meglio che bevi il tuo caffè che mi sembra si stia raffreddando.”-

Francesco sorrise e si produsse in una sdolcinata parodia di Rodolfo Valentino, facendo alle colleghe i complimenti per come lo stoppassero sempre mentre si impegnava a fare i suoi discorsi.

E, ciliegina sulla torta, disse loro che erano carine…commettendo un ulteriore sbaglio: non dire mai a due donne contemporaneamente che sono belle, instaurerai una dura competizione e ti farai voler male per questo.

Francesco sapeva che nessuno, ma proprio nessuno, era interessato ai suoi discorsi. Ai suoi discorsi allusivi, più profondi o anche verso quelli orientati alla semplice ricerca del significato delle cose.

Era per questo che faceva apposta a farli e ci godeva particolarmente nel provocare le sue colleghe che ogni qualvolta lo sentivano partire per quella tangente, lo guardavano con uno sguardo nauseato.

Però, il massimo fu raggiunto alcuni giorni dopo, a fine rito del caffè.

-“Ma tu, Francesco, non devi pensare che a noi i tuoi discorsi non interessino proprio. Non ti consideriamo mica un deficiente. Dai, lo sappiamo che sei un ragazzo in gamba ed intelligente. Il problema è che i problemi che ti poni tu, sono inutili, insensati”.-

Dopo alcune settimane che le conosceva, e ci lavorava assieme, per la prima volta aveva udito da loro queste parole. Ecco: l’avevano confessato.

Si trattava di un problema di pragmatismo.

Egli ne era sprovvisto. Non era una persona concreta. Ancora una volta si parlava della sua astrattezza, dei suoi discorsi vacui; vacui secondo queste persone.

Ma il fatto, per lui, al contrario, era che proprio non ne poteva più dei discorsi degli altri. Non ne poteva più del loro pragmatismo e di quel lessico da verbale di un giudice istruttore. Nulla di più alto, gioioso, creativo. Nulla, solo pragmatismo.

Il suo veniva considerato un inutile esercizio intellettuale; poco importava che la sua ripulsa verso la realtà che lo circondava avesse un’origine nelle emozioni e nei sentimenti che provava.

Di questo non si voleva tener conto.

Già: i sentimenti dovevano essere emarginati, si doveva parlare solo in termini di razionalità (opportunità, convenienza, utilità…).

Usare il raziocinio doveva essere la soluzione.

Si voleva dire che l’unica maniera di spiegare le cose era rappresentata dal pensiero, un pensiero etichettato, il logos, riconosciuto dalla pragmatica realtà in cui si viveva, da chi aveva il Potere di riconoscerlo e di apporre un veto su tutto ciò che non fosse ad esso allineato.

Se il tuo cuore ti avesse suggerito che stavi facendo la cosa sbagliata e la tua testa,il tuo raziocinio ti dicevano che si doveva farlo, allora tu avresti dovuto decidere secondo la testa e non col cuore.

- Bene, concentriamoci sui biscotti, dai – chiosò Francesco, convinto che, sul piano pratico e dei gusti mangerecci, avessero più cose in comune. D’altronde perché rovinare una giornata così bella e far cambiare espressione a due visi così incantevoli?

12.

Se ne tornò a casa dopo una mattinata passata a fare le solite cose: compilare richieste di consultazione, cercare libri, giornali, fonti varie.

Pensando alla banalità della sua esistenza, si mise nel salotto dipinto di blu ad ascoltare un po’ di musica. Aveva bisogno di far viaggiare la fantasia. Di liberare le emozioni.

Si mise ad ascoltare Szymanovsky e poi Bartok, due compositori che amava moltissimo. Si innamorò della musica di Szymanovsky, assistendo anni prima al Concert Ouverture allo Stadsschouwburg di Anversa, in Belgio.

Della musica di Szymanovsky amava le masse sonore in movimento, instabili come la sua anima; di quella musica adorava la sperimentazione che coesiste con l’impressionismo.

In quelle forme musicali, intuiva dei cicli – frequenti – di tensione e rilassamento mai veramente distinti, separati ma compresenti in ogni movimento senza mai la “felice sintesi” che dovrebbe sistemare tutto e gratificarci.

Impossibile, la felice sintesi, proprio come nella vita, dove tutto coesiste: il bene insieme al male, il peggio col sublime.

Anche Szymanovsky aveva deviato dalla solita tradizione ed era sintomatico, pensava Francesco, che avesse deviato proprio un appartenente alle classi superiori, abbienti.

Anche per loro stava giungendo il momento di cambiare, per non morire, liberandosi da un ingombrante passato?

La razionalità, grandezza e limite di una classe sociale – la borghesia – distruttrice di ogni valore autentico, originale, di ogni cultura, per centrifugare il tutto e renderlo pronto all’omologazione, allargando così la schiera dei propri clienti.

Gli elementi più sensibili della sua classe tentarono di superarne i limiti mortali, disperatamente.

Morire per rinascere; chiudere una fase per aprirne un’altra. Davanti alla terribile immagine di trovarsi sul baratro di fronte a se stessi, null’altro che se stessi.

Si mise ad ascoltare Bartok. Il suo spirito ne era sollevato. Il Concerto per violino e Orchestra numero 1. Ne ascoltava avidamente il tema principale. Tra quel tema e la sua ripresa vi era solo un lacerante sviluppo: atonale, disuguale, inascoltabile.

Di Bartok amava l’anticonformismo, il coraggio di trasfondere il passato nel presente, in un esperimento continuo. Francesco pensò che ci fosse qualcosa di diverso nell’aria in quegli anni, una specie di “brontolio sotterraneo” – come l’aveva definito Kandinsky -. Lo si sentiva già nelle note di Szymanovsky.

Ma anche in quelle di Bartok che riusciva a toccare la sua sensibilità e curiosità intellettuale. Non sentiva più – in quella musica già così tanto differente rispetto a quella di compositori di poco antecedenti – armonie pompose e quadrate; niente più linee melodiche rassicuranti, di cui conoscevi già lo svolgimento e dalle prime note potevi facilmente dedurre le successive. Bartok si inseriva in quella linea che smontava il linguaggio tradizionale attraverso l’innesto di elementi appartenenti a forme musicali esotiche e folkloristiche.

Bela Bartok, il grande ungherese. Da piccolo, Francesco era in grado suonare al pianoforte i “Mikrokosmos” del grande ungherese, un ottimo esercizio per abituarsi all’atonalità, alla vertigine dell’armonia post-classicismo.

C’erano anche degli esercizi a quattro mani. Erano divertenti. Usava suonarli con una insegnante da cui prendeva lezioni private.

A dieci anni. Tutta la vita e il mondo da scoprire.

I “Mikrokosmos”, nulla a che vedere con la pomposità di Handel o con la geometria che non lasciava spazio all’immaginazione di Haydn.

Ma erano il suo più importante ricordo musicale. Si rivedeva a suonare gli esercizi agli unisoni, per la sincronizzazione delle mani.

Il pianoforte è – non dobbiamo dimenticarlo – uno strumento ritmico. Poi quelli a canone, i sincopati…anche un bambino era in grado di apprezzare quelle melodie semplici, si, ma tratte dalla tradizione popolare.

Erano presenti delle arie di musiche registrate da Bartok nei villaggi ungheresi e riproposte creativamente ai fanciulli. La sua opera fu grandiosa, bisogna riconoscerlo.

Lo raccontano, in giro per i villaggi magiari, senza alcun registratore ma armato di fogli col pentagramma e una matita.

E come dimenticare i moti paralleli e a canone? Talvolta, era sua madre ad accompagnarlo e a seguirlo durante gli esercizi.

Da quello che ne sapeva lei aveva imparato a suonare il pianoforte dalle suore, da piccola.

Doveva essere nel periodo di quella foto che scattò per la Comunione al paese. Non era mica male, sua madre. Sapeva leggere la musica e dargli delle indicazioni tecniche di base.

Bartok faceva del rischio atonale la sua sfida rivoluzionaria in musica. Ritmo ed esperimento melodico.

Non c’è mai stato nulla di più sperimentale della musica popolare, tradizionale, nata dalle prove, dagli errori, dalle deviazioni di un’idea originale magari non tanto interessante.

Gli sembrava di essere seduto al pianoforte e suonare In Lydian Mode. Meno di un minuto di musica nel modo Lidio, cioè secondo la scala Lidia.

Quell’ultima estate che suonò il Mikrokosmos, prima di passare ad altro, più complesso, lo fece per sostenere un esame.

Fu estratta la In Yugoslav style, un pezzo tratto come diceva il nome stesso, dal repertorio tradizionale jugoslavo. Un pezzo che finiva con un accordo sospeso. Sospeso come la vita di ogni uomo, di ogni ragazzo, giovane, di ogni donna, vecchia o nel fiore degli anni.

Siamo sempre, continuamente, in sospeso. Tutto è precario, nulla è definitivo.

Haydn e Handel li avrebbe scoperti più in la negli anni. Il Concerto in Sol maggiore per Violino ed Orchestra di Haydn. Quadrato, non complicatissimo ma già ostico perché negli obblighi dettati dalle necessità espressive del classicismo. Come Mozart, come Beethoven.

Era Haydn a dichiarare che per il secondo movimento delle sinfonie occorreva invecchiare. Lui ne aveva scritte molte, invecchiando.

La “Wasser Musik” di Handel. Il barocco. Per un certo periodo fu il Barocco il suo stile musicale preferito. Forse perché era più semplice da eseguire?

Eppure anche il Barocco non era scontato e aveva delle costrizioni tecniche da superare, da fare proprie.

Cos’era la musica dopotutto?

Era l’arte più difficile da capire ma quella più facile da vivere. L’arte che toccava l’anima ma non il cervello. Tutti gli esperimenti che avevano tentato di dare precedenza al cervello sull’anima, in musica, fallirono.

Era addirittura difficile ricomporne il linguaggio, come ad esempio si faceva con le parole. Un parallelismo facile, immediato non era possibile.

Anche la grande, parentesi della sua vita che fu la musica ebbe uno scontro con un muro, un giorno. Il muro dell’incapacità a scegliere. Con l’incapacità ad essere quello che non sentiva di voler essere: un musicista.

Non sarebbe stato contento di esserlo. Avrebbe vissuto in un ambiente dove l’arte sarebbe stata emarginata.

Egli si rendeva conto di tutte queste sue complicazioni, mentre era la musica a fargli uscire tutti questi pensieri allo scoperto.

Un arpeggio e un semitono, lenti, a stuzzicare le corde più sensibili. I ricordi, le immagini. Le promesse. Quelle non mantenute soprattutto.

Un mondo, una vita di promesse non mantenute. Come non dolersi di questo? Avrebbe mai rimediato?

Eravamo tutti uguali in questo? Eravamo tutti dei piccoli traditori della nostra missione.

Una missione dichiarata solo a se stessi. Diventare artisti non può essere che una missione. Che può deflagrare nell’impossibilità di esprimere il genio. Aveva visto molti ragazzi, poi diventati uomini, perdere interesse e creatività per la musica.

Ma non avremmo fatto un buon servizio alla verità se li avessimo definiti dei falliti.

Gli accordi di seconda e terza, accarezzavano la sua corteccia cerebrale. Facendogli arrivare dei segnali di desiderio ardente di vivere, di pace nell’esserci.

Perché i ricordi e le immagini? Il romanticismo che l’aveva sempre rincorso. Egli era un romantico.

Era suo padre ad essere un romantico, forse questa costruzione strutturale della sua mente l’aveva ereditata da lui. Forse.

Un romantico e un disattento. Ci si può emozionare per una musica e non per un proprio simile che sta male?

A Francesco risultava difficile crederci.

Quando suonava il pianoforte, a casa dei suoi, un vicino appassionato di musica classica lo veniva a trovare, di tanto in tanto, per soddisfare la sua passione ma anche la sua curiosità.

Quell’uomo era un cantante, non dei migliori ma dotato. Sinceramente dotato e anche piuttosto intonato. La sua espressività, una cosa basilare per un musicista, non era sempre libera di uscire come avrebbe dovuto essere.

Diventarono amici. L’uomo era più vecchio. E gli aveva proposto di accompagnare qualche aria d’Opera di cui era appassionato per perfezionare la sua vocalità.

Ricordare Bartok mentre si ascoltava Bartok. Una cosa singolare.

Quell’uomo finì con lo sposarsi una donna brasiliana di origine portoghese. Era accaduto grazie al suo mestiere di ufficiale di coperta sulle navi mercantili. Imparò addirittura la Macumba brasiliana, durante una lunga permanenza in quel paese.

Della quale mai si dimenticò, sebbene dovesse ogni tanto allontanarsi dal clima caldo-umido brasiliano.

Era divenuto refrattario a quel tipo di clima. A Francesco capitò di venire omaggiato dal suo amico e vicino di casa con una Macumba che quest’ultimo gli fece l’onore di cantargli: una dolce sequela di note e parole, accompagnate dal lieve ondeggiare del capo del cantante.

Intanto Francesco si lasciava cullare dalle note di Bartok, stimolanti ed entusiasmanti.

Con la fantasia viaggiava lungo le steppe dell’Europa centro-orientale.

Ecco una melodia che sembrava incasellata in un ritmo bulgaro. Frasi musicali legate, staccate, in contrapposizione fra loro, a tracciare un tentativo di sintesi. Mai di equilibrio.

Improvvisi cambi di tempo, armonizzazioni virtualmente inaccettabili dai manuali del bravo musicista. Ma si sapeva: gli artisti andavano oltre ai manuali, anche se fossero stati scritti dal Papa in persona.

La stanza dov’era seduto ora, che aveva deciso di colorare in blu, era il luogo adibito all’ascolto e alla lettura. Non l’unico certamente ma quello ufficialmente tale.

Il colore blu, doveva dargli quella giusta concentrazione per predisporsi pienamente alla percezione di ciò che stava accadendo intorno a lui, nel perimetro della stanza.

Il colore blu doveva servire a far convergere tutti i sentimenti di amore per la vita che egli aveva provato.

Per cogliere tutte le particolarità e le vibranti sfumature di ciò che ascoltava. Fuori, in lontananza, il mare lo portava fino alla laguna di Grado, in linea retta attraverso i pini di fronte a casa sua, passando per le pietre del Carso immerse nel verde e i bacini navali di Monfalcone.

Finita la musica sarebbe ricominciata la danza della ragione a fargli domande a cui non avrebbe potuto rispondere; a riempire le sinapsi del suo cervello, in un gioco a chi ne usciva con le ossa più rotte.

13.

Non credeva più in niente. Ecco; era arrivato al punto. Ecco che cos’era il vuoto che sentiva dentro di sé: il nulla. L’angoscia di essere niente.

Si guardava attorno; non capiva; non era più in grado di trovare un motivo – non dico buono – dico un motivo per fare qualche cosa.

Entropia. Era giunto al punto. Stava sulla soglia. Oltre, c’era solo il baratro, una caduta di cui non avrebbe potuto intravedere la fine….Infinita, angosciante.

Le aveva provate tutte. Aveva provato a riempire il suo vuoto esistenziale; poi quello spirituale.

In passato, aveva provato con l’azione. Senza riflettere troppo.

Gli ordini sembravano buoni; lui agiva. Senza troppe riflessioni.

Ma neanche questo aveva saziato la sua fame interiore. La religione, la politica. Il sesso.

Non c’era modo. La disperazione del nulla stava avanzando.

Chissà se il nulla esiste? O è solo un nostro problema concettuale?

Entropia.

Si sentiva come un topo in trappola Non aveva scampo. Stava di fronte alla sua voragine interiore. Una voragine che non vedeva; sentiva.

Sentiva il vuoto che lo attirava a se; sentiva una corrente d’aria che lo spingeva verso il basso; si sentiva come una scheggia di metallo attirata da un magnete.

Aveva trascorso tutti questi anni della sua vita ed era arrivato alla resa dei conti. Tutta la strada che aveva percorso lo aveva intrappolato in un vicolo cieco.

Dopo tutto questo vagare, sentire, pensare, amare, aveva fatto la fine di un topo preso in trappola.

Non sapeva come uscirne. Prigioniero dell’entropia. Prigioniero del nulla permanente, stabile, senza cambi di stato. La cosa peggiore era quella di non capire se si trattava di un problema personale o sociale. Era la prima volta che gli capitava.

Forse l’uomo contemporaneo non può più credere. La sua razionalità ha ucciso tutte le fedi. Le ha distrutte con la ragionevolezza, con le spiegazioni razionali, appunto. L’uomo di oggi non può e non deve credere. Può essere pericoloso.

Se crede significa che sente. No: non deve sentire. Sentire, provare dei sentimenti, delle emozioni, è altamente pericoloso.

Deve solo pensare. Pensare a ciò che gli conviene. A ciò che non infrange le regole. Sentire pietà per un suo simile potrebbe essere la prima tessera del domino a cadere. Chissà che succederebbe poi.

L’ingranaggio del motore che cede, portandosi via tutta la macchina.

La macchina, appunto. Questa macchina è lanciata ad una velocità spaventosa nello spazio-tempo., sperando sempre di non imbroccare il granello di polvere che la faccia deragliare.

L’uomo contemporaneo non è degno della propria condizione, pensava. La sua libertà l’ha intrappolato.

Non è riuscito a coniugare libertà e necessità. E lui, ora, si ritrova sull’orlo del baratro senza sapere cosa fare.

Non gli restava che di vivere gli atti minimi, senza futuro, senza storia. Alzare una tazzina da caffè; timbrare un biglietto; comprare, ecco questo si…non abbandonate la macchina! Dormire; mangiare. Limitarsi a questo.

Vivere come un animale evoluto, non come un uomo.

Gli sembrava di impazzire. Se non fosse uscito di casa sarebbe letteralmente impazzito. Chiamò Julius il suo anziano amico; il conferenziere che lo aveva illuminato con le sue provocazioni; l’uomo senza più Budda da seguire, anch’egli tutto meno che Budda; al contrario, distruttore di certezze e senza idoli da seguire ed adorare.

Si ritrovarono e camminarono insieme tra la vie strette e scure della Città Vecchia.

Julius era l’unica persona che fosse in grado di dargli dei consigli senza tornaconti, senza recondite doppiezze.

L’aveva conosciuto a quella conferenza. Julius contribuì a fargli cambiare modo di vedere la realtà. Senza voler giudicare questo cambiamento, esso fu certamente un’esperienza eccezionale.

Quell’uomo si chiamava Julius Darboven e, al di là di ciò che poteva suggerire il nome, aveva invece molto da spartire con l’Italia, essendo sì suo padre un tedesco di cittadinanza olandese ma di madre italiana, di Venezia.

Julius parlava e scriveva usando, molto spesso, delle figure retoriche. Tutto questo affascinava Francesco, in cerca di un punto di riferimento; del colpo di coda della vita, pronta a dimostrargli che era ancora possibile costruire, sognare.

Enfatizzava ciò che diceva, i suoi ricordi personali, ripeteva una o più parole all’inizio o alla fine delle frasi che pronunciava, rendendo i suoi racconti di vita veramente unici. Si divertiva ad accostare parole dal suono simile ma dal significato diverso o a rovesciare il senso di una frase; aveva ancora una memoria prodigiosa: elencava i nomi delle persone e dei fatti con una precisione strabilianti. Non poteva non risultare interessante a chi lo ascoltava. Spostava il punto di vista sulle cose, vedendole da tutte le angolazioni.

- “Julius che pensi di questo?” – chiedeva Francesco. E giù Julius a rispondere. Era proprio la persona che poteva essergli d’aiuto per capire cosa fare. Francesco voleva lo stimolo definitivo, la prova provata che si dovesse fare una scelta piuttosto che un’altra. Francesco non era un indeciso, in fondo. Voleva capire. Cercava delle conferme. Voleva sapere che stava facendo la scelta giusta provando delle emozioni che glielo confermassero. Non poteva esserci giustizia nella separazione tra corpo e pensiero….vero Julius?

- “Certo: meno male che ci arrivi da solo….sei un bravo giovane….” – commentava l’uomo.

In breve, Julius rappresentava un’ancora di salvezza; uno scoglio a cui ancorarsi nei marosi dell’esistenza.

- “ Chi siamoJulius?…” – chiedeva con curiosità Francesco.

- Possiamo essere liberi? Possiamo scegliere? – insisteva.

- “Guarda, secondo me, un essere vivente, già per il fatto di esistere, come sola presenza fisica, esercita una forma di potere. Essere è “poter essere”. Legato al ragionamento sul potere c’è quello della libertà. Puoi capire da solo, anche senza il mio aiuto che ogni libertà è libertà attraverso il potere. Ogni livello di libertà è rapportato al potere raggiunto nei rapporti sociali. Qui stà quello che, alcuni chiamano equivoco ma io identifico come sofisma: tutta la produzione etica e filosofica sulla libertà umana, le idee ed i concetti sull’argomento”.- rispose l’uomo.

E continuò: – “Libertà e potere apparentemente si contraddicono, in realtà si compenetrano e sono legati da un profondo rapporto, inestinguibile. La prima può esistere solo se ha come presupposto il secondo, e non viceversa. Aggiungo che la libertà si può vivere e misurare empiricamente solo su di un piano esistenziale (ecco confermato il suo legame col potere) come grado di soddisfazione dello sviluppo di sé”. –

Continuarono a parlare, si rividero, intercalando serietà a passatempi. Francesco ne approfittò per camminare e prender aria, per svicolare la solita monotonia della sua vita. La sera, davanti a una birra, il vecchio lo intratteneva spiegandoglitutto ciò che aveva potuto capire nella sua lunga vita. C’era un collegamento dello spirito e delle emozioni tra i due, Francesco lo sapeva, lo sentiva fortemente.

- “Come già disse il vostro Gianni Scalia, anche il comunismo è stata una dimensione della modernità. Io concordo totalmente con questa impostazione. Ritengo che i fenomeni politici che abbiamo conosciuto nell’ultimo secolo, oltrechè determinati in ultima istanza (e sottolineo ultima istanza) dall’evoluzione economica della società, siano in realtà degli epifenomeni da ascrivere all’interno di un più grande fenomeno, movimento di rottura definitivo in verità durato per secoli che passa sotto il nome di modernità. “ -

-“Essendo la modernità, in ultima istanza, determinata dallo sviluppo (nel senso di svolgimento della vita) del Capitale, essa non poteva che essere univoca negli obiettivi (rompere col passato) ma profondamente scissa nelle sue singole manifestazioni. E’ dalla scissione del corpo sociale che ci giungono dei riscontri così diversificati.” –

- “Perché parlo proprio di scissione? Molti sostengono che non ci siano espliciti collegamenti tra marxismo e psicoanalisi. Questa loro affermazione è discutibile: possiamo trovare argomenti contrari o a favore di essa, soprattutto se dislochiamo il piano della discussione sul livello tecnico, o su quello politico o sociale o culturale” – fece una pausa.

-“ Una cosa è certa: hanno una seppur lontana parentela nell’essere entrambi figli di quella modernità di cui si parlava prima. Ma una cosa mi ha sempre colpito su questo tema: quella che confessa una comunione di intenti e moventi. Non è forse un reciproco riflesso fra le due teorie, la lotta di classe tra proletariato e borghesia e la scissione psicanalitica? Cioè in tutt’e due i casi si scinde per trovare una soluzione ad un male e solo dopo una drastica scissione si può avere una ricomposizione (sociale o della personalità) degna di questo nome” -

Ma chi era Julius? Già il fatto di conoscerlo e, ora, di parlarci e per tutti questi giorni era uno di quei casi fortuiti della vita, in grado di cambiarne il corso. Quando lo incontrò, Julius stava ritornando a casa dopo una visita nella città – italiana – che lo vide ventenne, testimone del conflitto mondiale. Parlava un fluente italiano: suo padre infatti era olandese, sua madre italiana.

Julius nasceva a Nijmegen, in Olanda, il 6 ottobre 1922. Suo padre è un piccolo artigiano del paese, la madre si occupa della casa e dei 3 figli; oltre a Julius, ci sono Angela e Marius. Julius è l’ultimo nato della famiglia. Marius è del ‘19 e Angela del ‘16. Sua madre si ricorda con orrore il periodo della Prima Guerra mondiale.

La fame era tremenda, il freddo insopportabile. La famiglia abita a Nijmegen fino al 1928, anno in cui decidono di cercare fortuna da qualche altra parte perchè al loro paese la situazione è miserevole e suo padre non riesce più a lavorare a causa delle sue simpatie politiche che finiscono per emarginarlo.

Passano in Germania, sono convinti, anche grazie ai molti racconti di emigranti olandesi, che la situazione sia migliore.

Ma che ci faceva – gli chiese incuriosito Francesco – una donna italiana, Annalisa Vecchiato, veneziana per la precisione, in terra d’Olanda? Il padre di lei, Antonio, orafo veneziano, insieme alla moglie Angela, si trasferì, nel 1879 ad Antwerp (Anversa, in Belgio) e poi ad Amsterdam, nel 1881, per curare i suoi affari commerciali in Olanda.

La lavorazione ed il commercio d’oro, argento e pietre preziose erano fiorenti e, attraverso il porto olandese passavano, in entrata ed in uscita, innumerevoli quantitativi di merce preziosa. Al contrario di Antwerp, il cui ruolo precipuo era basato sulla tecnica di rifinitura dei metalli e delle pietre, Amsterdam aveva un preponderante ruolo negli scambi.

Dunque è in Olanda, ad Amsterdam, che Annalisa conosce (1906) e sposa (1912) Huybert Ireneus Darboven, un giovane artigiano del luogo, per un breve periodo a bottega dal padre di lei e che diventerà il padre di Julius. Il nonno di Huybert Ireneus è di origini tedesche, si chiama Hans. Ma non siamo certi che il suo cognome fosse proprio Darboven.

- “E’, infatti, solo in seguito all’introduzione del codice napoleonico in Olanda nell’anno 1811, che ha portato la consuetudine del cognome familiare…con decreto imperiale del 18 agosto 1811 fu ordinato che chiunque in Olanda non avesse un nome fisso doveva sceglierne uno entro un anno di tempo…che egli “possiede” questo cognome. Di origini, comunque, germaniche.” – precisò Julius.

Francesco stava picchiettando le dita sul tavolo di legno del locale dove si erano fermati per bere qualcosa. Era mai possibile che la vita fosse semplicemente un ciclo e non una linea retta? Era possibile che questa verità, fosse stata scoperta dagli antichi e noi per secoli non abbiamo fatto altro che deviare dalla strada della verità?

Con il pollice stava asciugando il vapore acqueo che si era depositato sul boccale di birra. Seguiva attentamente il movimento del dito che lo guidava nel suo momento di riflessione. Sentì il desiderio di una sigaretta. Bene, era il caso di continuare la discussione fuori dal locale.

- “Che cosa voleva la mia generazione, Francesco? Una casa e un lavoro; in breve una vita degna di un essere umano; un’esistenza decente. Ha realizzato ciò che voleva? Direi di si, pienamente e a livello di massa, di collettività. Ma la vera domanda è: che cosa vogliono i giovani di oggi? A che cosa aspira questa generazione? “ –

Francesco non trovava risposte. Si immerse nel profondo della sua memoria e si ricordò le parole che gli aveva detto in proposito una sua ex-fidanzata: “Noi abbiamo realizzato la nostra libertà individuale, per essa ci siamo battuti!”. Gli sembrava una risposta banale. Un’affermazione indimostrabile.

-“ Mio padre non era credente; mia madre lo era ma in un modo tutto suo. Nonostante fosse cattolica – o forse proprio grazie a questo – credeva nei sacramenti, in Dio ma non nei preti e contestava anche le idee che provenivano dalle alte sfere ecclesiastiche, Papa compreso. Il mio rapporto con la religione fu breve. A scuola mi insegnarono a credere. A dieci anni già non credevo più. Ero sommerso dai dubbi, la maggior parte dei quali mi furono “inoculati” da mio padre.”- Julius era un fiume in piena. Francesco pensò che fosse poter celebrare una continuità fra due generazioni così distanti.

-“ L’uomo borghese – e tutti noi lo siamo o aspiriamo a diventarlo – non crede più a nulla. La borghesia è una classe omologatrice che del raziocinio ha fatto strumento di cambiamento ma anche di dominio. Non è un caso che sia il pragmatismo anglosassone ad averne rappresentato al meglio le aspettative e le potenzialità. Non crede più a nulla, ha desacralizzato tutto ma crede agli scampoli, agli accenni di significato che sorgono dalla propria auto-rappresentazione e auto-analisi. I media di massa ne sono un esempio eloquente e sono pure un sintomo del bisogno, continuamente represso e deviato, di credere in qualcosa che, però, si sa già in partenza che non esiste. La borghesia ha eliminato tutti i propri nemici e concorrenti e ora guarda solo in se stessa, senza poter trovare alcun tipo di soluzione ai propri guai. Ha eliminato tutte le declinazioni dell’uomo in ottemperanza all’imperativo di omologare l’esistente a se stessa. Basta guardarsi in giro: anche i supposti nemici islamici dell’Occidente sono occidentali, usano gli stessi metodi e ragionano da occidentali nella loro presunta guerra contro di noi. Che dire poi della Cina o dell’India che ci stanno rincorrendo, prendendo tutte le scorciatoie possibili?”-

Disoccupare le strade dai sogni, Francesco.

14.

La neve aveva coperto boschi e campi coltivati in quella località del Carso Triestino. L’ultima spruzzata di neve della stagione.

Francesco soleva spesso uscire e camminare da solo in quel candido panorama, tra stradine sepolte e case di cui si intravedevano solo le finestre talvolta illuminate anche di giorno. Da una parte la fabbrica del latte, dall’altra la segheria e la falegnameria.

L’odore del legno si spargeva tutto intorno a rendere ancora più piacevole la vista di quell’angolo d’Europa. Francesco si rivedeva piccolo, anche se non sentiva la stessa curiosità per le cose nuove della vita, ma si rivedeva giovanissimo mentre giocava sulla neve, nell’intorno dell’abitazione dei suoi genitori, in collina, solo a qualche chilometro dal centro cittadino.

La sua passione per la neve, da bambino non era certamente dissimile a quella di altri bambini e di ogni bambino ma a lui l’aveva portato per un periodo ad appassionarsi anche di meteorologia e dei misteri del clima, della formazione delle nubi, degli anticicloni e della probabilità delle nevicate.

Aveva pure lavorato per un breve periodo all’Istituto Talassografico della sua città. Fu un’esperienza interessante.

Ora, quella passione era scomparsa; quella curiosità naturalistica per il creato che convergeva con la sua felicità quando vedeva la neve, si era dissolta con l’arrivo della maturità e l’affacciarsi di altri interessi.

Ogni fase della vita di un uomo ha il suo riscontro su di un piano climatico, lo aveva letto e ci credeva. La fanciullezza, momento di incubazione di idee, di lenta e costruzione del carattere attraverso la conservazione di azioni e decisioni dirimenti, era rappresentata dall’inverno.

Il freddo che costringeva a rimanere a casa a preservarsi per l’esplosione del caldo e dei suoi frutti maturi, rendeva bene l’idea della fase della vita che si stava vivendo.

Dalla spoglia situazione invernale allo sbocciare dei primi fiori alla fioritura della natura, al suo rigoglio, erano la conferma che l’estate non poteva non piacere all’uomo adulto col suo corollario di estroversione prevalenza della luce sulle ombre.

Da adulti si era inequivocabilmente coscienti della propria vita e dei propri interessi.

Correva sulla neve, mentre il sole alto quel giorno brillava rendendo il panorama quasi surreale, da favola.

Non vedeva molta gente in giro. I rumori erano attutiti. Forse erano tutti impegnati nelle loro attività lavorative.

Nonostante tutto, i suoi dubbi, le sue carenze, i suoi successi e i suoi fallimenti, era felice di potersi permettere questi momenti di svago, di vitalità.

Mentre camminava e a tratti correva, vedeva i pini ai lati che ogni tanto sfrondavano un po’ di neve dai loro rami.

Si ricordò delle frasi pronunciate da Julius, durante i giorni passati assieme.

Non hai notato, Francesco, che ci sono sempre meno moralità ed ideali? La nostra è una società stanca. Ma non perdere la speranza. Si può rinascere fino all’ultimo giorno di presenza su questa Terra”.

La tecnica ha preso il posto della magia, l’uomo si affida ad occhi chiusi ad essa, senza chiedersi veramente quale sia la posta in gioco. La tecnica e la sua preponderanza indeboliscono l’uomo; rendono sempre più debole il soffio dell’umano che è sempre presente in tutte le cose”.

Siamo tutti parte del meccanismo. Devi sapere che io credo sia un atto di eroismo – oggi – rompere la catena delle complicità. Qualcuno ha cominciato; qualcun altro dovrà continuare”.

Francesco sapeva cosa intendeva Julius. La fine delle complicità poteva declinarsi in più maniere, di cui una estrema.

La morte. Egli sapeva che solo la morte era la risposta alle sue domande. Estremo punto sacrificale. Morire per poter rinascere. Finire per ricominciare. L’atto di sacrificio ultimo, col quale poteva bloccare la sua esistenza e darle un senso mitico, definitivo. Tutto il resto era chiacchiera. Che non faceva altro che ritardare l’ammissione del nostro fallimento.

Distruggere, assommando a catastrofe morte, palazzi colonnati, guglie, grattacieli, basiliche, assemblati metallici, opere del furbo e vile ingegno umano. Un rito della rinascenza che poteva darsi solo dalla catastrofe e dalla morte. Ritentare l’esperimento dopo che questo fosse fallito. Morte per molti, terrore per coloro che si salvavano. Un terrore che li avrebbe finalmente mossi a salvare se stessi e gli altri.

Per tutta la vita non aveva capito che stava lottando incoscientemente contro la società che non lo lasciava essere uomo pari ad altri uomini, non gli permetteva di essere membro della famiglia umana. Lui come altri. Trattati da animali.

Ma questo era l’estremo, l’abisso. Al pari della follia

15.

Era una giornata soleggiata di inizio autunno. Il sole era ancora caldo, il cielo sereno. Le cime delle montagne in lontananza, gli dicevano che la giornata era abbastanza secca l’alta pressione sarebbe rimasta qui per molti giorni ancora. Era bello vedere questo rigoglio di colori e natura. Un po’ di tempo era passato dall’ultima volta che aveva incontrato Julius. Dopo i giorni passati assieme, egli se ne era ritornato a casa, tornando ai ritmi e ai soliti compiti quotidiani, così noiosi quanto immancabili. Francesco ammetteva che Julius, con lui, aveva fatto un buon lavoro: l’aveva fatto riflettere e aiutato a prendere una decisione.

L’aeroporto era affollato di famiglie ed impiegati che tornavano dalla loro missione di rappresentanza. Qualche ragazzo africano che ritornava a casa dopo una lunga permanenza in terra d’Europa. Fino a Roma avrebbero fatto tutti il viaggio assieme, poi si sarebbero divisi, ognuno con la propria destinazione. La sua era Maceiò, vicino a Recife, nel nordest del Brasile. Si; il Brasile. Aveva conosciuto anni prima una coppia di brasiliani che gli avevano descritto molto bene la loro città, Maceiò, sulla costa atlantica.

Lui lavorava in una banca in città, di lei non ricordava il lavoro. Di lui ricordava il racconto che gli fece della dittatura militare brasiliana che ancora negli anni ’70 fece delle vittime fra i suoi conoscenti più stretti. Raccontava di gente sparita nel nulla, di un giorno che fu fermato – sebbene non fosse coinvolto in nulla di nulla – in mezzo alla strada, bloccato e perquisito, buttato per terra, con un fucile spianato sulla testa e uno scarpone sulla schiena.

Mezz’ora passata così, tra la vita e la morte. Poi, passata quella pattuglia, tutti a casa. Fortunatamente anche lui. Non solo Argentina, Cile e Uruguay, dunque. C’era stato anche il Brasile. Una grande terra, piena di vita e sorprese; una grande nazione piena di contraddizioni e questioni irrisolte.

Aveva prenotato l’aereo, senza parlarne a nessuno. Aveva una settimana di ferie. Tutti si attendevano che ritornasse. Nessuno ne dubitava. Ma Francesco non sarebbe più ritornato. Si sarebbero dovuti sforzare di assorbire la notizia in silenzio, come avevano fatto con tutto quello – bello o brutto che fosse – che il caro mondo nel quale respiravano gli aveva propinato. Un semplice caso della vita.

Sarebbero rimasti in silenzio. Forse qualcuno avrebbe anche strepitato, magari solo per un po’. Ma l’amore sopravvive a tutto – se è tale – anche al pentimento per non essersi accorti che il proprio figlio, amico, amante o collega, non c’è più.

Se è amore.

D’altronde Francesco sapeva benissimo che ogni strepito era una menzogna: per quella parte che riguardava chi lasciava chi. Nessuno sarebbe riuscito a chiedergli il perché di quella scelta. Nessuno avrebbe dovuto dimostrare sdegno o preoccupazione. Fino a ieri si rideva, oggi si cambiava registro. Francesco si adagiò su di una poltroncina della sala d’attesa, fissando negli occhi Edoardo. L’amico cercava di sostenere lo sguardo di Francesco ma quello smascherava il suo. Edoardo distolse lo sguardo per non bruciarsi. Forse era l’unico a provare un sentimento autentico?

Francesco pensò che non esistevano patti o compromessi in questo mondo e nemmeno luoghi abbastanza grandi da contenere la violenza con cui dovevano convivere. Tutti lo sapevano ma lo ammettevano solo quando stavano ben protetti nelle loro calde case; i nemici già isolati fuori dalla porta. Edoardo gli stava parlando, sentiva la sua voce come sospesa nell’aria. Il tempo, nella sua immensa relatività, stava rallentando. La sala d’aspetto diventava liquida a mano a mano che il tempo rallentava. Rendendo eterno quell’istante. Era tempo di muoversi.

Raccontò la verità – ma non tutta – solo ad Edoardo. Anch’egli, pur sapendo della partenza di Francesco, credeva che sarebbe ritornato dopo una settimana. Gli altri, la verità l’ avrebbero scoperta col tempo. Quando si fossero accorti della sua mancanza. Si diedero appuntamento all’aeroporto. Edoardo venne puntuale. Alla sua partenza non avrebbero assistito altri che Edoardo.

- Fammi avere l’indirizzo – disse l’amico.

- Si, non ti preoccupare, ti scriverò due righe appena arrivo e mi sistemo nella pensione, così saprai dove sto e potrai mandarmi qualche lettera. Mi raccomando Edoardo, scrivimi…scrivimi di chi non c’è più…scrivimi dei morti – Ghignò Francesco.

Edoardo rise a questa affermazione dell’amico e non ci fece più che tanto caso, visto che conosceva la propensione di Francesco per il paradosso e la sua ironia congenita. Tra battute e pacche sulle spalle, Francesco aveva capito che Edoardo era l’unica persona vera che aveva conosciuto, l’unico che avrebbe potuto mettersi in discussione, l’unico che avrebbe potuto cambiare e diventare un uomo. Avrebbe potuto dire di no a qualcosa o a qualcuno. Decidere autonomamente. Un mezzo ribelle, un proto-anarchico, insomma. L’unico che non si nascondeva dietro orride abitudini e luoghi comuni. L’unico che aveva il coraggio di confessare la sua piccolezza. L’unico che faceva ciò che faceva, per il piacere di farlo. Una sorta di piccolo sabotatore del grande ingranaggio. Un modesto esteta che almeno si divertiva nel fare le sue piccole cose. Uno che nei suoi limiti, si godeva la vita.

- Su, dai, fatti questa bella vacanza – disse – che poi quando ti rivedrò sarai bello che abbronzato e convinto ad andare avanti. Il Brasile è un gran paese, pieno di persone allegre e disponibili – aggiunse ammiccando.

Si chiese cosa stesse perdendo ad andarsene, sebbene fosse una domanda che si era posto un milione di volte e a cui altrettante volte aveva risposto. Chiunque avrebbe creduto di perdere qualcosa, che non si doveva buttare a mare quanto si era costruito. Eppure lui non aveva il coraggio di darsi una risposta simile. Sapeva che non era così. Sapeva che non si sarebbe portato dietro nulla di materiale né in questa vita né quando avrebbe finito i suoi giorni. Aveva compreso che tutte le corse della vita erano a vuoto se non si stava bene a fare ciò che si faceva, se il ruolo che si indossava, il lavoro, gli obblighi sociali erano per te una prigione. Che se tu sentivi, pensavi ed amavi in una maniera differente da quella che altri sceglievano non potevi fare altro che prenderne atto e comportarti di conseguenza. Senza timore di perdere nulla.

Lasciava tutto a casa, noncurante delle non indifferenti perdite materiali. Non avrebbe riletto i suoi libri, non avrebbe riascoltato i suoi cd. Un ultimo saluto a Edoardo, un ultimo sguardo alla città ad anfiteatro sul mare. Era l’ora di uscire di scena.

16.

Hamburger Morgenpost – 24 ottobre 2007

In una città come Amburgo, di solito non è facile capire cosa sia la realtà, o almeno quella che chiamiamo in questo modo. Sulle ultime notizie di cronaca dovremmo riflettere seriamente. Per esempio: com’è possibile che un uomo di 85 anni, colto, benestante, intellettuale ancora attivo sulla piazza europea, decida, improvvisamente, di farla finita con la vita? In un’età, non più giovane.

Qualcuno sostiene che tali fatti estremi accadano lontano dalle metropoli, in piccole comunità, dove il giudizio, la vergogna della gente giocano un ruolo fondamentale. Altri sostengono l’esatto opposto, puntando l’attenzione sul fattore solitudine così frequente nei grandi agglomerati urbani. Il caso dell’uomo trovato suicida ieri, nella sua casa del centro, Julius Darboven di 85 anni, non sembrava appartenere ad alcuna di queste situazioni, ad alcuna di queste categorie sociologiche.

Succede ad Amburgo come può succedere in un’altra città europea, del Nord o del Sud del nostro continente. Non si sa ancora se qualcuno se ne sia accorto, delle intenzioni dell’anziano signore. Nemmeno la moglie, che è rimasta impietrita dal ritrovamento del cadavere del marito nei servizi.

Si muore in silenzio e il mondo risponde con l’indifferenza. Perché questo atto? E’ difficile rispondere. Un sacerdote ci ha confidato che molte persone di età avanzata ricevono in una anno la sua visita per la benedizione di Natale e quella dell’addetto alla lettura dei contatori. Il resto del tempo è vuoto. Non arriva un pacco e nemmeno un postino, non un parente, non un vecchio amico con cui scambiare quattro chiacchiere.

La televisione, per molti, è la sola compagnia.

Eppure, il signore suicidatosi ieri, sembrava non avere di questi problemi.

Si potrebbe addirittura azzardare che c’è una realtà ufficiale e un’altra sommersa, che non si vede ma fa parte a pieno titolo della vita della città e delle persone che vi abitano.

Quello che, per usare un termine alla moda, i sociologi chiamano “il sommerso” è diventato anche un dato esistenziale. Parte della popolazione europea, e quindi tedesca, fa i conti con qualcosa che sta sotto il livello della normalità in cui tutti credono di vivere. A volte si chiama angoscia, a volte depressione, a volte ancora disadattamento, in altri casi può essere il lavoro nero.

Il sommerso, nel senso lato del termine, riguarda gli anziani, coloro che non hanno sufficienti mezzi economici, gli immigrati e gli emarginati dai meccanismi della produzione. Tutte persone di cui quando abbiamo notizia è sempre troppo tardi. E’ come se, sotto Amburgo, ci fosse un’altra metropoli di cui conosciamo solo dei dettagli. Ogni tanto essa raggiunge le strade e si mostra in forme di cui non sospettavamo l’esistenza.”

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DEFINIRE IL LAVORODefinire il lavoro nell’industria dell’ospitalità.

Indice del Libro:

1-Introduzione

2-Classificazione e stratificazione delle mansioni, loro tipologia e relativo posizionamento qualitativo nel mercato del lavoro del settore dell’ospitalità

3-Peso economico del Turismo in Italia

4-Il contratto collettivo, gli imprenditori delle piccole attività turistiche e ricomposizione dei loro interessi sociali di gruppo

5-Considerazioni finali

2 risposte a “Libri pubblicati.

  1. Mi hai chiesto di leggere questo tuo lavoro e di lasciarti un parere, un commento, un’opinione.
    Non e’ cosa facile. Tuttavia a botta calda potrei sottolineare come mi ritrovi nel disagio della mediocrita’ dilagante, come sia molto presente in me la frustrazione del quotidiano, come si avverta la profonda sofferenza che deriva dalla consapevole impotenza a rovesciare il progresso…
    Ci sara’ spazio e tempo per parlarne, magari scombinando le prospettive.
    Grazie della segnlazione
    Gb

    • Scombinare le prospettive é doveroso, per poter osservare il prisma da tutte le angolazioni possibili. Si, sei un buon osservatore, c’é anche quelllo che dici tu. Ne riparleremo presto. Sergio

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